Kabul in fiamme: la guerra col Pakistan che nessuno controlla

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Raid pakistani su Kabul causano centinaia di morti, ma Islamabad nega bersagli civili. Dietro l’escalation, terrorismo transfrontaliero, confini coloniali irrisolti e ambiguità sui Talebani. Una guerra non dichiarata che continua a colpire i civili.

Guerra invisibile, morti reali: Kabul paga il prezzo

C’è una costante nelle guerre contemporanee: i civili muoiono, e gli Stati negano. L’ultimo episodio della spirale tra Pakistan e Afghanistan lo dimostra con una brutalità quasi didascalica. A Kabul, un centro per la riabilitazione di tossicodipendenti è stato colpito da bombardamenti aerei, provocando circa 400 vittime e un numero impressionante di feriti. Una struttura sanitaria trasformata in un inferno di fuoco, mentre i soccorritori cercavano di strappare vite alle macerie e alle fiamme.

Islamabad respinge ogni accusa: nessun obiettivo civile, solo infrastrutture legate al terrorismo. È il lessico standard della guerra contemporanea, dove ogni bersaglio è “legittimo” per definizione e ogni errore viene dissolto nella nebbia operativa.

Nel frattempo, il Pakistan rivendica risultati militari massicci: centinaia di combattenti uccisi, decine di installazioni distrutte, mezzi neutralizzati. Una contabilità bellica che suona più come un bollettino propagandistico che come un resoconto verificabile. Ma anche se fosse accurata, resterebbe una domanda di fondo: se davvero questi successi sono così rilevanti, perché il conflitto continua ad intensificarsi?

La frontiera coloniale che non smette di esplodere

Per comprendere l’escalation bisogna tornare a una linea tracciata oltre un secolo fa: la Linea Durand. Un confine imposto dall’Impero britannico nel 1893, che ancora oggi separa – o meglio divide – comunità etniche profondamente intrecciate. L’Afghanistan non lo ha mai riconosciuto ufficialmente, considerandolo una reliquia coloniale priva di legittimità.

Quella linea attraversa il cuore della società pashtun, una delle principali realtà etniche della regione. Ed è proprio in questo spazio che prosperano gruppi armati, reti di traffico e milizie irregolari. Parlare di “confine” in senso classico è quasi fuorviante: si tratta piuttosto di una zona fluida, dove lo Stato è una presenza intermittente e la lealtà segue logiche tribali più che istituzionali.

Dopo il ritiro statunitense del 2021, la situazione si è progressivamente deteriorata. Il Pakistan, inizialmente aperto all’accoglienza dei rifugiati afghani, ha cambiato rotta, avviando politiche di rimpatrio e irrigidendo il controllo delle frontiere. Gli scontri armati si sono moltiplicati, fino al cessate il fuoco del 2025 mediato da attori esterni come Qatar e Turchia. Una tregua fragile, destinata a cedere sotto il peso delle tensioni strutturali.

Il nodo centrale resta il terrorismo transfrontaliero. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non proteggere – gruppi come il Tehreek-e-Taliban Pakistan e lo Stato Islamico della Provincia di Khorasan, responsabili di attentati sul territorio pakistano. Kabul, dal canto suo, ribatte accusando il Pakistan di destabilizzare la regione e colpire indiscriminatamente aree civili.

Talebani, etichette e comode semplificazioni

Qui emerge un altro elemento, spesso trascurato nel discorso occidentale: la tendenza a trattare il termine “Talebani” come un blocco monolitico. In realtà, la galassia talebana è frammentata, attraversata da differenze ideologiche, politiche e operative. I Talebani afghani, oggi al governo, hanno interessi diversi rispetto ai gruppi militanti che operano in Pakistan o nelle aree di confine.

Eppure, la narrazione dominante continua a semplificare. Tutto viene ricondotto a un’unica etichetta, utile per giustificare interventi e posizioni politiche, ma poco efficace nel comprendere la realtà sul terreno. Una semplificazione che rischia di alimentare ulteriormente il conflitto, ignorando le dinamiche interne che rendono difficile – se non impossibile – per Kabul controllare completamente gruppi armati autonomi.

I Talebani afghani hanno margini limitati di intervento contro organizzazioni come il TTP. Non solo per affinità storiche e culturali, ma anche per un calcolo strategico. Un’azione repressiva troppo decisa potrebbe spingere questi gruppi verso alleanze ancora più radicali, rafforzando lo Stato Islamico nella regione.

Nel frattempo, la comunità internazionale osserva e invita alla moderazione. India, Iran, Russia e Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione e chiesto il ritorno al dialogo. Una reazione quasi rituale, che raramente produce effetti concreti. Anche perché, nel caso afghano, si scontra con una questione irrisolta: il riconoscimento stesso del governo talebano.

Il risultato è un conflitto che sfugge a ogni schema semplice. Non è una guerra dichiarata, ma ne produce tutte le conseguenze. Non è un’operazione antiterrorismo, ma colpisce civili in modo sistematico. Non è un confronto tra Stati tradizionali, ma ne coinvolge pienamente le strutture.

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