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Stellantis riduce la produzione auto in Italia a livelli storici minimi: nel 2025 solo 250mila veicoli, meno del Portogallo. Mirafiori e altri stabilimenti sopravvivono con cassa integrazione. La politica tace, l’Italia rinuncia a essere potenza industriale.
Aiutodafè Stellantis: il ceclino dell’automobile italiana
Un tempo la Fiat era la spina dorsale dell’industria manifatturiera italiana, un simbolo di modernità e di identità nazionale. Oggi, sotto il nome di Stellantis, la realtà appare molto diversa. La produzione nel nostro Paese è ridotta ai minimi storici, mentre il dibattito pubblico e politico sembra ignorare la gravità della situazione. L’Italia, che un tempo contava tra le grandi potenze automobilistiche d’Europa, rischia di ridursi a un semplice mercato di consumo, privo di capacità autonoma di produzione.
Il problema non è soltanto industriale o economico: riguarda anche la cultura e la memoria collettiva. Un tempo la società era consapevole che non si potesse capire il Paese senza guardare alle dinamiche produttive. Oggi, invece, domina il silenzio. Un silenzio alimentato anche dal controllo mediatico della famiglia Elkann-Agnelli, che attraverso testate come la Repubblica contribuisce a ridurre la circolazione di notizie scomode.
Il crollo della produzione in Italia
I numeri sono impietosi. Nel primo semestre del 2025, la produzione automobilistica in Italia ha registrato un calo superiore al 30%. Se le previsioni verranno confermate, a fine anno si arriverà a circa 250mila veicoli prodotti: una cifra che colloca l’Italia dietro non solo alla Germania (4 milioni di auto prodotte nel 2024), ma anche alla Spagna (quasi 2 milioni). Persino il Portogallo, tradizionalmente fuori dal grande giro automobilistico, rischia di superare il nostro Paese.
Questi dati testimoniano un declino strutturale. Un tempo la Fiat produceva in Italia oltre due milioni di vetture; ora Stellantis concentra i suoi stabilimenti e i suoi investimenti altrove, lasciando Mirafiori, Pomigliano o Termoli sopravvivere solo grazie a cassa integrazione e contratti di solidarietà. Gli ultimi accordi sindacali, firmati da poco, hanno sancito una sopravvivenza precaria, priva di prospettive di rilancio reale.
La politica ha lasciato correre. Negli anni, lo Stato italiano ha sostenuto Fiat con ingenti finanziamenti pubblici: si calcola che, con la somma complessiva, avrebbe potuto acquistare il gruppo ben tre volte. Eppure, in cambio, non sono arrivati impegni vincolanti per la salvaguardia della produzione nazionale. Stellantis ha scelto logiche di mercato e strategie globali, sacrificando la centralità dell’Italia.
Il vuoto politico e culturale
In un Paese serio, questa situazione avrebbe generato un dibattito pubblico di ampia portata. La Germania e la Francia, di fronte a crisi industriali, hanno sviluppato strategie di rilancio, sostenuto l’innovazione e difeso la capacità produttiva nazionale. In Italia, invece, si preferisce discutere di altro: polemiche sterili e questioni marginali occupano l’agenda pubblica, mentre il destino dell’industria resta in secondo piano.
La responsabilità non è solo dei governi e delle forze politiche, ma anche della classe media degli intellettuali. Negli anni Sessanta e Settanta, le vicende di Mirafiori erano materia di discussione che sfociava nella letteratura, persino nella poesia e l’impegno culturale era legato ad un rapporto col mondo del lavoro (senza dover ricordare e necessariamente scomodare il santino di Pasolini). Oggi regna l’indifferenza, come se l’industria non fosse più parte della nostra identità collettiva.
Persino i movimenti sovranisti, che tanto parlano di indipendenza e autonomia, hanno ignorato il nodo industriale. Ma quale sovranità può esistere in un Paese che non produce, che si limita a importare prodotti progettati e realizzati altrove? Che emancipazione sociale può esistere senza un tessuto manifatturiero solido, capace di garantire lavoro e innovazione?
Il risultato è un’Italia marginale, ridotta a ingranaggio secondario della catena economica globale. Le “avventure di casa Stellantis”, celebrate come successi imprenditoriali, si rivelano invece per ciò che sono: la cronaca di un declino industriale gestito nell’indifferenza generale.

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