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Israele ha già violato oltre cento volte la tregua a Gaza mentre Europa e Stati uniti tacciono. Gideon Levy denuncia su Haaretz la deriva fascista del sionismo, che unisce governo e opposizione in un’ideologia di supremazia etnica e militarismo diffuso.
Israele e Gaza: la tregua tradita nel silenzio dell’Occidente
Dalla proclamazione della tregua nella Striscia di Gaza, Israele ha infranto gli accordi oltre cento volte. Le violazioni non sono semplici episodi isolati: 226 morti, di cui 97 bambini, e quasi seicento feriti rappresentano la misura tragica di una pace solo apparente.
L’impegno a garantire l’ingresso quotidiano di seicento camion di aiuti umanitari è stato ridotto a meno di un quarto: 145 mezzi appena. Le conseguenze sono devastanti — fame, mancanza di farmaci, ospedali allo stremo — in un territorio che sopravvive tra macerie e assedio.
Gli Stati Uniti, garanti della tregua, tacciono. Il resto dell’Occidente, un tempo solerte nel mostrare indignazione di facciata, oggi osserva senza reagire. La narrazione dominante si concentra esclusivamente sul recupero dei corpi degli ostaggi israeliani, ignorando i vivi che continuano a morire ogni giorno. La gerarchia del valore umano è evidente: il lutto israeliano occupa le prime pagine, la tragedia palestinese si consuma nell’indifferenza.
I media israeliani, dal canto loro, preferiscono volgere lo sguardo altrove. Le prime pagine parlano delle dispute interne tra il governo e la comunità haredi, decisa a mantenere l’esenzione dal servizio militare, e delle manovre di Benjamin Netanyahu per consolidare ulteriormente il proprio potere.
Nel frattempo, in Cisgiordania, i coloni continuano a compiere raid sempre più violenti, sostenuti di fatto dall’esercito. La loro azione sistematica di terrore passa inosservata: fuori dalla “zona di interesse” di un’opinione pubblica anestetizzata.
La deriva fascista del sionismo contemporaneo
Il giornalista Gideon Levy, voce isolata su Haaretz, descrive una società israeliana intrappolata in una spirale ideologica autoritaria. La deriva, sostiene, non è limitata al governo di estrema destra e da personaggi come Itamar Ben-Gvir, ma attraversa l’intero arco politico.
Yair Lapid, leader dell’opposizione considerato moderato, ha proposto di revocare il diritto di voto a chi rifiuta il servizio militare. “Né a Sparta né nella super-Sparta si sarebbe osato tanto”, osserva Levy. In Israele, però, il militarismo è divenuto misura della cittadinanza: chi non partecipa alla guerra, chi non uccide “i bambini di Gaza”, come scrive provocatoriamente Levy, viene escluso dalla comunità politica.
Nemmeno Naftali Bennett, ex premier, appare diverso. Il suo linguaggio evoca la “minaccia beduina” del Negev, collegando la popolazione araba a un presunto pericolo interno. Una retorica che giustifica discriminazioni sistemiche, espropri e impoverimento, in nome della sicurezza nazionale. Secondo Levy, i beduini sono gli “ospiti indesiderati” di una terra che pure è la loro.
Levy individua nella convergenza tra governo e opposizione la prova della degenerazione del sionismo. “Non è più possibile essere sionisti senza essere fascisti”, scrive. La fede nella supremazia ebraica, unita alla finzione di uno “Stato ebraico e democratico”, produce un paradosso politico ormai irrisolvibile. Nel 2025, sostiene il giornalista, il sionismo non è più una dottrina nazionale, ma una forma di ideologia etnica e militarista.
Una pace sempre più lontana
Mentre il mondo guarda altrove, Gaza continua a morire lentamente. Ogni violazione della tregua, ogni camion di aiuti bloccato, ogni parola taciuta dai governi occidentali aggiunge un capitolo alla cronaca di una catastrofe annunciata. Israele e Palestina restano prigioniere di una spirale di disumanizzazione in cui la pace, come la giustizia, sembra un concetto ormai dimenticato.

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