L’ira di Giorgia: il discorso di Meloni

Il taglio profondo del discorso di Meloni alla Camera, la vera e inaudita novità, è di tipo personalistico: la celebrazione aneddotica del suo avvento al soglio come epopea.

Il discorso di Meloni alla Camera

Di Fausto Anderlini*

Nel merito politico null’altro che il consueto programma fascio-liberista, cuore identitario della destra. Fedeltà atlantica e nazional-europeismo in salsa polacca. Sgravi fiscali, tassa piatta, laissez faire (italianizzato nel lasciar fare chi vuol fare), toni thatcheriani sul reddito di cittadinanza e sulla povertà in genere, presidenzialismo, a-fascismo come evanescente auto-legittimazione democratica, conseguente al revisionismo storico dove è cassato il ‘secondo risorgimento’ (cioè la resistenza) riconoscendo solo il primo come fonte identitaria (basterebbe questo per dichiararla estranea alla Costituzione appena omaggiata col giuramento).

Infine l’aberrante j’accuse per le libertà conculcate con il lockdown e i morti pandemici imputati al Conte due, capro espiatorio da offrire al ludibrio popolare e da relegare nella damnatio memoriae.

Un manifesto identitario, una ‘visione’ restauratrice e recriminatoria piuttosto che un programma a segnalare che il nuovo governo nasce sull’enfasi di un impeto ideologico che fa premio sull’impreparazione circa i terrificanti problemi in agenda.

Il taglio profondo del discorso, la vera e inaudita novità, è di tipo personalistico: la celebrazione aneddotica del suo avvento al soglio come epopea. Con il fricandò delle ‘grandi donne’ nazional-popolari citate per nome e inchiavardate come numi tutelari della propria genealogia.

E soprattutto l’orgogliosa riproposizione di se come underdog. Questa volta nel gelo generale dell’emiciclo che afferra subito il doppio significato. Non solo quello del vincitore non pronosticato, come da uso gergale, ma nel senso letterale di ‘sottocane’ bastardo abituato a vagabondare per fetide strade come reietto.

L'acritico atlantismo non basterà al governo Meloni

In effetti in un passo del discorso rivendica la propria militanza di strada come vera scuola formativa e motore eroico dell’ingaggio politico. coi camerati che ben conosciamo: ragazzi sbandati e negletti dediti alla rissa, al linciaggio, all’agguato, peraltro già santificati da La Russa nel discorso d’insediamento. A significare una comunità d’avventura e destino che non ha alcuna intenzione di sciogliersi.

Non poteva esserci contrappasso più clamoroso nel cambio di consegne con l’azzimato esponente dell’alta finanza licenziato da Harvard sotto l’egida dei grandi maestri del liberismo economico, l’aristocrazia elevata al cielo fra turiboli dagli stessi che oggi aspirano a mettere il cappello sulla pulzella littoria underdog.

E non si richiamerà mai abbastanza come questo rinvilio di individualismo idrofobico (altro che ‘populismo’) è la conseguenza immediata dell’elitarismo tecnocratico.

La vera energia che agisce nella Meloni è costituita da timos ed ira: il bisogno spasmodico dell’affermazione di sè nella propria diversità. Un bisogno carico d’ira e di odio che traluce platealmente appena leva gli occhi dal dattiloscritto per scrutare la platea con aria di sfida.

Una energia destinata a durare per quanto non si sa e che essa stessa riconosce come la forza sua e del suo governo. Chi si aspettava una prova di timidezza e sottomissione al potere certificato del tecno-sistema è servito, del resto questa iracondia da lumpen, questa idea degenerata e sinistra del riscatto, è la vena intima del fascismo come cultura politica.

Già una volta la borghesia moderata l’ha sottovalutata pensando di trarla a proprio vantaggio e ho la vaga sensazione che la storia tenda a ripetersi…

* grazie a Fausto Anderlini

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