Ipotesi sul ritiro dei russi dalla sponda est del Dnepr. Scelta politica o militare?

Il ritiro dei russi dalla sponda est del Dnepr è dal punto di vista militare una decisione assolutamente sensata ma pone una serie di domande politiche ancora senza risposta.

Ipotesi sul ritiro dei russi dalla sponda est del Dnepr

Di Francesco Dall’Aglio*

Cerchiamo un attimo di fare il punto della situazione, dal punto di vista militare.
In primo luogo, la guerra è cosa lunga e che prevede calma, da parte di chi agisce e di chi osserva. Alla fine vince quello che resta in piedi, in qualsiasi condizioni ci arrivi, e al momento entrambi possono andare avanti ancora molto a lungo (uno dei due da solo, l’altro col sostegno di mezzo mondo perché da solo gli sarebbe impossibile. Questo potrebbe o potrebbe non essere un fattore determinante – al momento lo è).

Detto questo, il ritiro dalla sponda est del Dnepr (che non si è ancora concretizzato, come lo stesso comando ucraino fa cautamente osservare agli entusiasti che, strano a dirsi, si trovano per la maggior parte all’esterno dell’Ucraina) è dal punto di vista militare una decisione assolutamente sensata, che lo stesso Surovikin aveva velatamente lasciato intendere nel suo discorso “di insediamento”, quando aveva parlato di decisioni difficili da prendere.

Il ritiro dei russi dalla sponda est del Dnepr. Scelta politica o militare?

Le posizioni russe oltre il Dnepr erano logisticamente complesse e sono diventate un incubo da quando sono iniziati i bombardamenti missilistici sui ponti che attraversano il fiume e che sono l’unico modo, ovviamente, di rifornire le truppe e i civili, di fare arrivare rinforzi e così via.

Questa cosa è di per sé piuttosto evidente, e c’era poco, allo stato attuale delle cose, che il comando russo potesse fare. Quello che è importante capire è perché si è arrivati a questa situazione. E qui entrano in ballo ragionamenti che sono politici e non militari, anche se la situazione viene, comprensibilmente, esaminata soprattutto in chiave militare.

Perché gli ucraini sono stati e sono in grado di effettuare quei bombardamenti? Perché possono con minore difficoltà dei russi fare affluire riserve e uomini dai loro confini occidentali, dove i rifornimenti NATO arrivano dalla Polonia?

E perché la loro rete infrastrutturale è sostanzialmente ancora in grado di reggerlo, e lo è perché fin dall’inizio dell’operazione (e questa è stata ed è tuttora una valutazione POLITICA, non militare) non si è pensato o voluto smantellarla, né si è voluto, sempre per valutazioni politiche, effettuare mobilitazioni a primavera inoltrata, quando era chiaro che la prospettiva di un negoziato era svanita e la questione andava risolta sul campo, e con quelle forze non si poteva.

Entrambe le cose si stanno facendo ora, in ritardo e sicuramente meno di quanto Surovikin vorrebbe, e per ora non si vedono risultati apprezzabili, almeno dal punto di vista militare (ma qui ritorna la questione della calma e dell’attesa di cui sopra).

La conseguenza è che questa è la quarta volta che le truppe russe si ritirano da territori conquistati senza troppa difficoltà all’inizio dell’operazione militare: Kiev (il “gesto di buona volontà”), Kharkiv, settore settentrionale del fronte di Cherson e, ora, l’intero fronte di Cherson.

Il quarto ritiro ‘tattico’ dei russi

Siamo alla quarta volta che i militari vengono indicati come i colpevoli di una situazione che è politica: e peggio ancora, che i decisori politici sottolineano come queste ritirate sono servite a salvar loro la vita, come se non fossero in grado di salvarsela da sola e ci volesse Putin per riportarli a casa, povere stelle.

Ipotesi sul ritiro dei russi dalla sponda est del Dnepr

Ora, è certamente vero che le perdite russe nelle quattro ritirate (la quarta è in corso adesso, ma non vedo differenze con le altre) sono irrisorie, sia in termini di uomini che di materiale: ma se a queste ritirate non seguirà almeno il raggiungimento dei confini del Donbas, i decisori politici si troveranno di fronte a un problema serio.

Accorciare il fronte eccetera serve se poi usi il fronte accorciato come trampolino perché hai fatto allungare quello del nemico, non se continui ad accorciarlo all’infinito.

Ora, è certamente possibile che invece il calcolo dei decisori politici sia proprio questo: fare la guerra senza fare la guerra, o facendola al risparmio di soldi, mezzi e vite (proprie).

Continuare la distruzione delle infrastrutture, attendere l’inverno, attendere la forse inevitabile spaccatura del fronte europeo e la riduzione dei rifornimenti di armi e munizioni (che sta già avvenendo, perché non ne abbiamo più da dargli) e degli aiuti umanitari, mentre al contrario la Russia mantiene intatta la sua rete energetica e infrastrutturale (sempre da valutare, chiaramente, l’impatto delle sanzioni, che per ora sembra non essere catastrofico) e aumenta gradualmente l’impegno militare sia come numero che come qualità degli armamenti, e con perdite sensibilmente inferiori a quelle ucraine.

È possibile che Putin, e chi gli è accanto, pensi che al freddo, al buio e con Kiev evacuata per mancanza d’acqua Zelensky, come si dice dalle mie parti, Cherson se la sbruscina per faccia, e alla fine decida di mollargli la riva sinistra del Dnepr per evitare conseguenze ancora peggiori e chiudere la pace.

E potrebbe avere ragione. Ma potrebbe anche avere torto, nel qual caso il problema per lui non sarebbe Zelensky o la NATO, ma il suo stesso gruppo di comando.

Intanto, Macron annuncia ufficialmente il ritiro francese dal Mali che entra de facto in orbita russa (pare che a Bamako di Cherson importi poco), e l’Algeria chiede di entrare nei BRICS. Quello scellerato potrebbe anche avere ragione.

* ripreso da Francesco Dall’Aglio ricercatore dell’Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria).

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