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Il renzismo, o della politica ridotta a spettacolo

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La trasformazione della politica in performance mediatica: le istituzioni svuotate, il potere spostato verso élite economiche e governance opache. Matteo Renzi incarna una cifra stilistica postmoderna, autoindulgente e marketing-centrica, che alimenta disillusione e astensionismo.

Renzi e la politica sgretolata

Non dico di tornare al parlare ventriloquo della Prima repubblica, quando una dichiarazione conteneva un tono di responsabilità gravosa, un suon di minaccia per le conseguenze portate dalle decisioni, un assillo per i possibili contrattacchi delle parti sociali.

Allora le istituzioni rappresentative erano il luogo in cui le classi raffiguravano politicamente il conflitto. Non ci si limitava a riformulare la catechesi moralistica della società civile.

Lo spazio della decisione è ormai occupato dai grandi board delle compagnie multinazionali, da poche nazioni ancora effettivamente sovrane, dalle governance composte da statuine cibernetiche che impongono grafici economici di sopravvivenza per i popoli.

Cosicché il politico dei nostri tempi può tranquillamente lasciarsi andare. La sua diventa una vera e propria carriera artistica, un impiego creativo dove condensare tutto lo scibile portato dalla postmodernità.

Incorporeità delle aspirazioni, storicizzazione enfatizzata e romanzesca di sé stessi, produzione serializzata di pose carismatiche da copertina, ridanciana cialtroneria espressa con quel fare guascone tipico dei boy scout più impenitenti.

Tutto all’interno di una vera e propria compagnia di giro clanistica, all’interno della quale i vincoli di affiliazione sono determinati dalla dimostrazione di affidabilità nel recepire, senza grandi peripezie dialettiche, le sempre valide raccomandazioni sussurrate dagli austeri ambasciatori delle vere classi dirigenti.

Matteo Renzi di questa immaterialità marpiona ne ha fatto un marchio di fabbrica. Una vera e propria cifra stilistica. Quella di Berlusconi, almeno, aveva una radice novecentesca: l’ossessione per i comunisti racchiudeva un’illusione politicizzata.

Con Renzi la prosa è sempre divertita, autoindulgente, ammiccante. I gesti denotano una pacchiana irrequietezza nella continua ricerca di vette prestazionali da esibire in pubblico, tra le risa e i colpi di gomito dei consumatori ammirati, forzatamente sorridenti.

Un managerialismo avviluppato sul marketing che non ha nulla da fare, nulla di importante da comunicare, che presenzia giocosamente alle messe in scena spettacolarizzate dell’avanspettacolo mediatico che ossessiona la popolazione ventiquattrore al giorno sette giorni su sette. Lì le radici dell’astensionismo elettorale. Un astensionismo di marca politica che combatte l’impoliticità strutturale delle cosiddette “liberaldemocrazie“.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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