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Disprezzare il lavoro non è un atto di imbelle ribellismo ma significa difendere i lavoratori con molta più forza di quanto permettano i rapporti di forza ormai completamente a favore del grande capitale.
Lavorare poco, meglio per niente, altro che lavorare tutti
Una ricerca dell’Università della Pennsylvania di qualche anno fa (2022) sosteneva che avere troppo tempo libero non rendeve necessariamente felici. Secondo lo studio, pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology da Marissa Sharif, docente alla Wharton School, superare un certo limite di tempo libero può portare a insoddisfazione.
In particolare, la soglia ottimale sembra essere di circa due ore al giorno. Il campione di 35.000 statunitensi analizzati, infatti, ha mostrato maggiore soddisfazione quando era impegnato in attività, soprattutto quelle produttive.
Questo perché, oltre agli aspetti economici legati al lavoro, il lavoro stesso viene percepito come una fonte di significato nella vita. Chi lavora, insomma, trova più facilmente un senso alla propria esistenza rispetto a chi non lo fa.
Il dibattito attorno alla cultura del lavoro è complesso. Qui non si vuole sminuire chi lotta per mantenere il proprio impiego, ma piuttosto si cerca di mettere in discussione un paradigma economico e politico destinato inevitabilmente a cambiare.
È interessante osservare come il modello di sopravvivenza attuale, basato sulla retribuzione per il tempo dedicato alla produzione di beni, stia diventando sempre più insostenibile.
Il cambiamento climatico, l’economia di guerra, ci costringe a ripensare il futuro a lungo termine, e allo stesso modo dovremmo chiederci quanto ancora possa durare un sistema che dequalifica i servizi e lega il valore del lavoro alla produzione continua di merci.
L’alienazione lavorativa è un tema centrale in questo contesto. Se da un lato esistono lavori che possono offrire una forma di realizzazione personale, come quelli creativi o intellettuali, dall’altro la maggior parte della popolazione è impegnata in attività ripetitive e logoranti, sia fisicamente che mentalmente.
Questi lavori servono solo a garantire il minimo indispensabile per vivere: cibo, casa e una famiglia spesso formata più per ragioni economiche che affettive.
È dunque particolarmente preoccupante che la maggioranza degli individui si senta realizzata proprio attraverso il lavoro. Eppure, con l’avanzare della tecnologia e il cambiamento delle politiche sociali, è inevitabile che il futuro ci porti verso un sistema in cui i beni di base saranno garantiti, indipendentemente dal lavoro.
I vari redditi di sussistenza, già presenti in alcune parti del mondo, ne sono un primo segnale. Questo cambiamento diventerà necessario anche in Occidente, dove milioni di persone vivono ancora senza accesso ai beni fondamentali come l’acqua potabile.
Il capitale stesso ha un interesse nel garantire la stabilità sociale, evitando rivolte e mantenendo un esercito di lavoratori in buona salute. Questo ci porterà inevitabilmente a ridiscutere il concetto di lavoro.
In futuro, potremmo vedere un aumento dei cosiddetti “lavori socialmente utili”, che hanno l’obiettivo di migliorare sia la qualità della vita individuale che quella collettiva. Tuttavia, questo solleva anche una questione ironica: se esistono lavori utili, significa che molti altri non lo sono.
In questo scenario, lo Stato diventa centrale, obbligato a garantire ai suoi cittadini i mezzi necessari per vivere, liberandoli dalla necessità di lavorare solo per sopravvivere. Una volta garantiti questi beni essenziali, gli individui potrebbero dedicarsi alla ricerca della propria felicità, senza il peso del ricatto economico legato al lavoro.
Solo quando sarà chiaro a tutti quanto sia importante svincolare l’esistenza dal lavoro, si potrà costruire una nuova società. Non si tratta di una rivoluzione o di socialismo, ma di un semplice, necessario progresso per l’umanità.

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