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Francia al capolinea: quando il bilancio salta e il potere resta senza scuse

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La Francia è paralizzata: bilancio bloccato, riforme cancellate, debito in crescita e maggioranze impossibili. Macron sopravvive con accordi tattici, ma la crisi è ormai sistemica. Fillon chiede le dimissioni: il Paese rischia l’ingovernabilità.

Francia al capolinea

La Francia è entrata ufficialmente nella categoria dei “grandi malati d’Europa”, ma con una particolarità tutta sua: la crisi non è improvvisa, bensì il prodotto coerente di anni di rimozioni politiche, compromessi tattici e illusioni strategiche. Parigi oggi non è travolta da un evento eccezionale; è semplicemente arrivata al punto di rottura di un sistema che ha funzionato finché qualcuno ha fatto finta di non vedere il conto.

Emmanuel Macron ne è il simbolo più evidente. L’uomo che si era proposto come riformatore razionale, modernizzatore liberale e guida continentale si ritrova prigioniero di governi di minoranza, maggioranze occasionali e una legge di bilancio bloccata in Parlamento. Un presidente che cambia primi ministri con la stessa frequenza con cui si sostituisce una cravatta, ma che non riesce a far passare l’atto politico più elementare di uno Stato: autorizzare la spesa.

La tempesta perfetta dell’economia politica francese

Il problema strutturale è noto e riguarda l’intero continente: sistemi di welfare costruiti in un’epoca di crescita demografica e industriale che oggi devono reggere l’urto di società invecchiate, deindustrializzate e finanziariamente fragili. In Francia, però, a questa dinamica generale si sono aggiunte scelte politiche particolarmente miopi.

La pandemia ha colpito duramente il Pil, la nuova Guerra fredda seguita all’invasione russa dell’Ucraina ha innescato turbolenze economiche permanenti e il deficit pubblico ha preso una traiettoria inquietante. Macron ha scelto di aumentare la spesa militare, rivendicando un ritorno alla “grandeur” strategica francese, mentre il consenso sociale evaporava e la pressione fiscale restava tra le più alte d’Europa.

Il risultato è un effetto “coperta corta”: ogni euro destinato a un capitolo ne scopre inevitabilmente un altro. Tagliare la spesa sociale è politicamente esplosivo; aumentare le tasse è economicamente rischioso. Così la legge di bilancio si è trasformata in un campo di battaglia permanente, dove nessuna maggioranza è stabile e ogni voto diventa un ricatto incrociato.

Per restare all’Eliseo, Macron ha accettato un compromesso che fino a ieri sarebbe stato impensabile: un’intesa con i socialisti. Il prezzo pagato è altissimo. La riforma delle pensioni, pilastro ideologico del macronismo, viene di fatto sospesa. Un capolavoro di autodafé politico: prima imposta con durezza e contro vaste mobilitazioni sociali, poi sacrificata per pura sopravvivenza istituzionale.

Un bilancio impossibile e una crisi di regime

L’accordo con il Partito socialista ha però prodotto un effetto collaterale devastante: la fuga a destra dei Repubblicani, che ora rifiutano di votare un bilancio destinato a colmare i buchi con nuove imposte. Le richieste avanzate dalla sinistra — aumento della tassazione sui redditi elevati, sovrattasse sulle grandi imprese, ripristino dell’imposta sulle holding — hanno reso l’intesa impraticabile.

Il risultato è una commissione mista “non conclusiva”, un elegante eufemismo parlamentare per dire che il bilancio non esiste. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha ammesso il fallimento accusando “alcuni” di mancanza di volontà politica, mentre si prepara a una legge tampone per evitare il collasso amministrativo entro fine anno. Una soluzione provvisoria che certifica l’impotenza dell’esecutivo.

In questo scenario interviene François Fillon, ex primo ministro e figura tutt’altro che marginale della destra francese. Le sue parole suonano come un atto d’accusa finale: un miliardo di euro di debito aggiuntivo al giorno lavorativo, una crescita mai arrivata, una competitività erosa da tassazione e regolamentazione eccessive, una demografia ignorata e un’Europa progressivamente deindustrializzata.

Il colpo di grazia è politico: Fillon invita Macron a dimettersi. Non per vendetta, ma per “non sprecare diciotto mesi del tempo della nazione”. In alternativa, lo esorta a sciogliere l’Assemblea Nazionale e restituire la parola agli elettori.

È qui che la crisi francese smette di essere solo economica e diventa sistemica. Quando il bilancio non passa, le riforme vengono annullate e il presidente governa per inerzia, non siamo più davanti a una semplice difficoltà congiunturale. Siamo di fronte a una crisi di regime, mascherata da schermaglia parlamentare. E la Francia, ancora una volta, anticipa un problema che l’Europa finge di non voler riconoscere.

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Sira Beker
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