Europa e Africa…guardando alla Cina

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Il capitalismo nella sua eterna ricerca di profitto non è più capace di assicurare il continuo miglioramento delle condizioni di vita materiali dei “suoi” cittadini e il punto di tensione Europa e Africa mostra come per la prima nella storia dell’umanità potremmo avere un mondo senza centro.

Europa e Africa: il punto di tensione

Uno dei maggiori punti di tensione che vediamo accrescersi nel sistema-mondo è quello tra Europa e Africa. La prima presenta alti tassi di ricchezza e sviluppo umano (servizi sanitari, istruzione, ecc.), ma uno scarso tasso di natalità (in parte sostenuto dai migranti), la seconda presenta spesso una situazione difficile, specie in termini di reddito, ma esplosiva da un punto di vista demografico.

A inizio ‘900, la popolazione europea o di origine europea (nelle colonie) costituiva buona parte della popolazione mondiale, le lingue europee erano in ascesa sia in termini demografici che in termini spaziali, oggi questo processo è in gran parte in riduzione.

Due guerre mondiali, l’affermarsi di due super-potenze europee in principio ma non del tutto europee nel fine (USA e URSS) e finalmente la grande decolonizzazione (che parte dall’India di Gandhi e arriva ai BRICS) hanno ribaltato quelle che sembravano ormai certezze granitiche.

Il capitalismo nella sua eterna ricerca di profitto non è più capace, ora che perde controllo sul mondo, di assicurare il continuo miglioramento delle condizioni di vita materiali dei cittadini del centro.

Quello che un tempo sarebbe stato considerato un problema (la precarietà), viene ora propagandata come la soluzione ideale ai problemi (evitare la noia, la ripetitività, aprirsi sempre a nuove esperienze, ecc.).

Questo coincide anche con il modello antropologico neoliberista dove l’individuo non è più un unicum solido, ma piuttosto un cantiere in costruzione che deve accumulare cose fatte, da fare, da vedere, da provare. Più che l’essere e l’avere, ad affermarsi è il sembrare; complice forse anche la digitalizzazione delle nostre vite.

Oggi vediamo il centro spostarsi verso l’Asia orientale, ma questo nella storia dell’umanità è una piccola novità; la Cina ha sempre ricoperto questo ruolo di grande serbatoio umano e, ad esempio, l’India dei Moghul all’arrivo degli inglesi generava il 12% del PIL mondiale del tempo.

La vera novità è ora che i milioni che la Cina guadagna dalle esportazioni non sono più diretti al debito USA, ma a finanziare la crescita africana, latinoamericana e del resto del continente asiatico.

Per la prima nella storia dell’umanità (almeno del dopo globalizzazione, quindi dal ‘500) potremmo avere un mondo senza centro, come prefigurato nelle pagine finali di “L’arco dell’Impero” di Qiao Liang.

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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