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194 miliardi, crescita allo 0,5%, salari giù, industria in crisi, PNRR speso a metà. Il “modello dei migliori” firmato Mario Draghi e gestito da Giorgia Meloni si schianta sui numeri. Altro che svolta: è un fallimento certificato.
Il miracolo al contrario del governo Meloni
Non lo dice la propaganda, né qualche oscuro complotto dei “poteri forti”. Lo dicono i numeri, quelli ufficiali, quelli che persino l’ortodossia economica – quella che qui contestiamo – considera inattaccabili. Ed è forse proprio questo il dato più interessante: anche accettando il loro terreno, le loro regole, il loro lessico, il risultato resta lo stesso. Fanno ciò che vogliono, come vogliono, secondo le ricette che preferiscono. Eppure sbagliano comunque tutto.
C’è qualcosa di specifico nel caso italiano: prendere il più grande pacchetto di investimenti pubblici mai assegnato a un Paese europeo e trasformarlo in stagnazione. Non è un’opinione, non è una caricatura polemica. È aritmetica. E l’aritmetica, a differenza della propaganda, non ha bisogno di conferenze stampa.
Il governo guidato da Giorgia Meloni si è trovato tra le mani circa 194 miliardi di euro del PNRR. Una cifra che, in qualsiasi manuale di economia politica, dovrebbe corrispondere a un’accelerazione della crescita, a un rafforzamento dei servizi pubblici, a una modernizzazione infrastrutturale. Invece, dopo tre anni e mezzo, l’Italia cresce meno degli altri. Molto meno.
Il PIL nel 2025 segna un +0,5%, contro una media europea superiore all’1%. Le previsioni indicano un ulteriore arretramento relativo nei prossimi anni. Il debito supera il 137% del PIL, oltre i 3.000 miliardi. Il deficit resta sopra la soglia simbolica del 3%, mantenendo il Paese sotto sorveglianza europea. Fin qui, qualcuno potrebbe ancora parlare di “contesto difficile”. Ma il contesto è lo stesso per tutti. E gli altri crescono.
I salari reali, secondo OCSE, sono inferiori del 7,5% rispetto al 2021: il peggior dato tra i Paesi avanzati. Lo stipendio medio italiano resta significativamente sotto quello europeo. Persino la Spagna, un tempo usata come termine di paragone negativo, ha superato l’Italia. Una svolta storica, ma nel senso sbagliato.
A rafforzare il quadro, arrivano altri dati che difficilmente possono essere archiviati come “percezioni”. Secondo Eurostat, l’Italia resta stabilmente nelle retrovie dell’eurozona per crescita cumulata negli ultimi anni, mentre la produttività del lavoro continua a stagnare, confermando un problema strutturale che nessuna riforma annunciata ha scalfito.
Sul fronte del PNRR, le relazioni della Corte dei conti parlano chiaro: la spesa effettiva si attesta ancora attorno a poco più della metà delle risorse disponibili, con ritardi significativi su infrastrutture strategiche, sanità territoriale e digitalizzazione della pubblica amministrazione. Tradotto: i soldi esistono, ma faticano a diventare cantieri, servizi, diritti.
Nel frattempo, la pressione fiscale reale resta tra le più elevate in Europa. I dati del Ministero dell’Economia e di Eurostat mostrano che il cuneo fiscale italiano continua a collocarsi ai vertici dell’Unione, comprimendo salari netti e competitività. E qui il cortocircuito è evidente: si parla di alleggerimento fiscale mentre il peso su lavoro e imprese rimane sostanzialmente invariato.
A rendere il quadro ancora più rigido interviene il nodo del debito. Secondo la Banca d’Italia, l’aumento dei tassi ha già prodotto un incremento della spesa per interessi, riducendo ulteriormente lo spazio per politiche espansive. Ogni punto percentuale in più sul costo del debito è un vincolo in meno per sanità, scuola, investimenti.
E infatti il sistema sanitario, dati ISTAT e fondazione Gimbe, continua a perdere terreno: la spesa pubblica resta sotto la media europea, mentre cresce quella privata sostenuta direttamente dai cittadini. Un indicatore semplice ma brutale: quando il pubblico arretra, il costo si sposta sulle famiglie.
Infine, il mercato del lavoro. Sempre secondo ISTAT e INPS, l’occupazione cresce, ma con una qualità sempre più fragile: aumentano i contratti a basso salario e si amplia l’area del lavoro povero. È la versione statistica di un paradosso ormai noto: più occupati, ma più poveri.
Crescita zero, declino ordinato
Il dato più inquietante non è la fotografia, ma la tendenza. La produzione industriale è in calo da tre anni consecutivi. Settori chiave del Made in Italy – chimica, tessile, pelletteria – registrano contrazioni costanti. Non si tratta di un crollo improvviso, ma di un lento scivolamento. Il tipo di declino che non fa rumore, ma erode.
Nel frattempo, il costo del lavoro resta tra i più alti d’Europa, con un cuneo fiscale superiore al 47%. E una quota significativa di lavoratori è ancora vincolata a contratti collettivi scaduti. Il governo continua a parlare di riforme epocali, ma nella pratica la pressione sulle famiglie non diminuisce. La narrazione corre, i numeri restano fermi.
E poi c’è la sanità, il grande capitolo dimenticato. Doveva essere uno dei pilastri del PNRR, il simbolo di una ricostruzione post-pandemica. Oggi il sistema appare affaticato, sottofinanziato, incapace di rispondere alla domanda crescente. Non servono toni apocalittici: basta osservare le liste d’attesa, la carenza di personale, la progressiva fuga verso il privato.
Il mistero dei fondi che non diventano opere
Arriviamo al punto centrale: dove sono finiti i soldi? A pochi mesi dalla scadenza del PNRR, poco più della metà delle risorse risulta effettivamente utilizzata. Il resto è fermo tra procedure, ritardi, progetti incompiuti. Cantieri che non partono, bandi che non vengono pubblicati, amministrazioni che non firmano.
Qui cade l’ultima difesa possibile. Non è una questione ideologica, né di modello economico. È una questione di capacità amministrativa. La macchina pubblica non è stata in grado di trasformare risorse in interventi concreti. E quando questo accade, la responsabilità è politica.
Si può discutere all’infinito se il PNRR sia uno strumento efficace, se i vincoli europei siano troppo rigidi, se il paradigma neoliberale sia superato. Tutto legittimo. Ma anche accettando quella logica – quella che privilegia disciplina fiscale e investimenti mirati – il risultato resta fallimentare. Perché nemmeno secondo quei criteri il sistema ha funzionato.
E allora emerge un sospetto meno teorico e più concreto: che il problema non sia il modello, ma chi lo gestisce. Tre anni trascorsi tra nomine, equilibri interni, provvedimenti simbolici, mentre la struttura operativa restava paralizzata. Una politica concentrata sulla superficie, incapace di governare la profondità.
Il riferimento al passato diventa inevitabile perché un altro “padre” di questo capolavoro va ricordato senza troppi imbarazzi: Mario Draghi, elevato a figura quasi liturgica nel dibattito pubblico, l’uomo che ancora oggi fa brillare gli occhi a editorialisti e studi televisivi. Fu lui a prendere il piano originario impostato dal governo Conte e a ricalibrarlo il supporto di grandi società di consulenza come McKinsey & Company. Un lavoro presentato come garanzia di efficienza, rigore, affidabilità internazionale. Poi è arrivata la fase esecutiva. E lì è entrato in scena Giancarlo Giorgetti, chiamato a tradurre quella architettura in numeri, decreti, cantieri. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Alla fine, tra l’aura del “migliore” e la concretezza dei risultati, resta un dato difficile da aggirare: nemmeno il piano dei migliori, eseguito dai più rigorosi, è riuscito a evitare il risultato peggiore.

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