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L’attentato antisemita di Sydney va condannato senza ambiguità. Ma pretendere prese di distanza selettive mentre si giustifica la violenza di Stato israeliana è un corto circuito morale. L’umanità di Ahmed Al Ahmed smaschera ogni odio identitario.
Tra condanna morale e corto circuito politico
L’attentato di Sydney non lascia spazio ad ambiguità: è un atto criminale di matrice antisemita, grave, vile, indifendibile. Non richiede interpretazioni sociologiche né attenuanti ideologiche. Dodici persone uccise durante una celebrazione religiosa, famiglie colpite mentre festeggiavano Hanukkah, un rabbino assassinato mentre organizzava un evento di pace: tutto ciò rientra in una sola categoria possibile, quella dell’omicidio terroristico. Chiunque tenti di collocarlo nel campo della “resistenza” compie un abuso linguistico prima ancora che politico.
E tuttavia, proprio la nettezza della condanna apre un problema più ampio, che molti preferiscono eludere. Da anni si pretende, con insistenza selettiva, che chi sostiene la causa palestinese debba “prendere le distanze” da ogni atto violento compiuto da singoli o gruppi che si richiamano, a torto o a ragione, a quella causa.
Una richiesta che diventa però curiosamente superflua quando si passa a discutere delle azioni dello Stato di Israele, anche quando queste configurano violazioni sistematiche del diritto internazionale, crimini di guerra o pratiche di pulizia etnica. È qui che il discorso si inceppa.
Le due posizioni non sono simmetriche, come si vorrebbe far credere. Sostenere i diritti dei palestinesi non equivale, né logicamente né politicamente, a nutrire ostilità verso gli ebrei in quanto tali. Al contrario, difendere in modo incondizionato le politiche dello Stato israeliano nel 2025 significa accettare – o giustificare – un progetto che nega esplicitamente l’esistenza politica e spesso fisica dei palestinesi, ridotti a problema demografico o a corpo estraneo da rimuovere. Chiamarli “giordani”, “arabi”, o semplicemente invisibili non cambia la sostanza.
Responsabilità collettive, colpe individuali
La distinzione tra identità e responsabilità è il punto che continua a sfuggire, forse non per distrazione. Nessun musulmano, in quanto musulmano, è mai stato tenuto legittimamente a rispondere dei massacri dell’ISIS. Nessun ebreo, in quanto ebreo, è responsabile delle politiche di uno Stato che si autodefinisce “ebraico”.
Pretendere il contrario significa scivolare in una logica etnicizzante che è il terreno comune di ogni razzismo. È sufficiente – e sarebbe già molto – che ciascuno risponda delle proprie posizioni, delle proprie giustificazioni, delle proprie omissioni.
Da questo punto di vista, la cronaca recente è impietosa. Mentre si invocano prese di distanza rituali, l’occupazione coloniale procede. Solo pochi giorni fa, altre diciannove colonie israeliane in Cisgiordania sono state “legalizzate” da Tel Aviv, in aperta violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.
Il genocidio a Gaza, comunque lo si voglia definire sul piano terminologico, continua a produrre migliaia di vittime civili. Tutto ciò avviene mentre lo Stato che lo realizza rivendica una legittimazione identitaria e religiosa. È legittimo, anzi necessario, opporsi a queste politiche senza per questo essere complici di alcuna violenza antisemita.
L’attentato di Sydney resta un crimine. Ma la risposta morale più forte non sta solo nella condanna, bensì nella capacità di distinguere. E qui emerge una figura che smentisce ogni narrazione tossica: Ahmed Al Ahmed, musulmano, padre di famiglia, commerciante, che ha affrontato a mani nude un uomo armato, riuscendo a disarmarlo e salvando decine di persone. Ferito due volte, non ha agito per calcolo né per appartenenza, ma per umanità.
Un musulmano che salva ebrei durante Hanukkah non è un’eccezione folkloristica da celebrare per un giorno. È la dimostrazione vivente che il conflitto non è tra popoli o religioni, ma tra chi accetta la disumanizzazione e chi la rifiuta. Chi spara su bambini e anziani tradisce qualunque causa dica di servire. Chi sceglie di proteggere vite, anche a costo della propria, restituisce senso a parole ormai svuotate come giustizia, dignità, convivenza.
In tempi di semplificazioni aggressive, questa distinzione è forse l’unica vera linea di resistenza.

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