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La retorica che oppone autocrazie e Occidente liberale semplifica il mondo e giustifica scelte incoerenti. Tra principi flessibili, interessi economici e democrazie svuotate, la favola della libertà rischia di diventare un alibi per l’oligarchia e la guerra.
La favola dell’Occidente assediato
L’Occidente ama raccontarsi attraverso parabole semplici, rassicuranti, soprattutto quando la realtà diventa complessa e contraddittoria. La più ricorrente, oggi, è quella che divide il mondo in due blocchi morali: da una parte le autocrazie minacciose, dall’altra un’Europa liberale, democratica, fragile ma virtuosa. Una narrazione binaria che funziona bene nei talk show e nei comunicati ufficiali, molto meno quando si prova a misurarla con i fatti. Non è un paradigma antico: è un paradigma pigro. E, soprattutto, politicamente tossico.
Questa retorica non descrive il mondo: lo semplifica fino a deformarlo. Serve a giustificare scelte già prese, non a comprenderle. Trasforma conflitti economici, energetici e strategici in crociate etiche, riducendo la politica internazionale a una saga morale con buoni e cattivi ben identificabili. Il problema non è solo intellettuale. È che questa rappresentazione, ripetuta ossessivamente, produce consenso per politiche che altrimenti apparirebbero per ciò che sono: rischiose, incoerenti e spesso subalterne a interessi che nulla hanno a che vedere con la libertà o la democrazia.
Il mito della libertà contro l’autocrazia
L’idea di un’Europa baluardo della libertà, circondata da potenze oscure che complottano contro il nostro benessere, regge solo se si accetta di non fare domande. Davvero siamo una cittadella assediata che continua a garantire partecipazione, giustizia sociale, mobilità e diritti? O stiamo piuttosto difendendo un simulacro, mentre all’interno crescono diseguaglianze strutturali, astensionismo di massa e una progressiva desertificazione democratica?
Il linguaggio bellico — libertà contro tirannia, civiltà contro barbarie — ha sempre avuto una funzione precisa: sospendere il pensiero critico. Se il nemico è assoluto, ogni compromesso interno diventa secondario. Poco importa se le nostre istituzioni appaiono sempre più impermeabili alla partecipazione reale, se le decisioni strategiche vengono prese da élite ristrette e tecnocratiche, se la politica si riduce spesso a megafono mediatico di scelte economiche già confezionate altrove.
E poi ci sono le eccezioni, che rivelano l’arbitrarietà del paradigma. La Russia è l’autocrazia per antonomasia, criticata per la sua deriva repressiva, la postura autoritaria e nazionalista. Ma la Cina? Minacciosa per gli USA ma rimane fuori dal girone morale perché è un partner commerciale indispensabile. L’India viene celebrata come “la più grande democrazia del mondo”, salvo poi ignorare le sue torsioni autoritarie, purché resti funzionale agli equilibri geopolitici occidentali. I principi, a quanto pare, sono flessibili: si adattano al PIL.
Oligarchie travestite da società aperte
Questa incoerenza non è un incidente: è il cuore del problema. L’Occidente non è ipocrita perché tradisce i propri valori, ma perché li utilizza come strumenti retorici. Li sventola quando servono, li archivia quando diventano scomodi. Il risultato è una politica estera che parla di democrazia mentre pratica il cinismo, e una politica interna che celebra l’apertura mentre consolida assetti oligarchici.
Nel frattempo, il capitalismo globale osserva con un certo compiacimento l’escalation permanente. La guerra, o anche solo la sua minaccia costante, è un potente acceleratore economico: riorienta risorse, giustifica sacrifici, silenzia il dissenso. Non stupisce che venga accolta come una fatalità inevitabile, se non addirittura come una necessità storica.
Forse servirebbe un’operazione preliminare, più radicale di qualsiasi vertice internazionale: una bonifica del pensiero. Rompere i paradigmi prima di prendere decisioni irreversibili. Riconoscere che le società aperte non si definiscono dai proclami, ma dalla qualità della loro democrazia reale.
E che senza giustizia sociale, partecipazione e diritti effettivi, ogni discorso sulla libertà rischia di suonare come una barzelletta raccontata male. Anche perché, a forza di ripeterla, la favola dell’Occidente virtuoso comincia ad avere un odore stantio. E non è solo una questione di stile.

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