www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Il decreto Sicurezza di Meloni si blocca: niente coperture per la norma sui rimpatri. Il Quirinale impone modifiche, i costi salgono e il Tesoro non trova i fondi. Tra fiducie e rinvii, il governo approva norme senza soldi e rimanda i problemi.
Meloni e il decreto senza soldi: sicurezza a debito
C’è una scena che fotografa meglio di altre lo stato dell’arte: a 48 ore dal confronto tra Sergio Mattarella e il sottosegretario Alfredo Mantovano, al Quirinale non è arrivata alcuna versione corretta del decreto Sicurezza. Non per una questione ideologica, ma per un dettaglio apparentemente secondario: i soldi non ci sono.
Nel frattempo, il governo guidato da Giorgia Meloni procede come se nulla fosse, tra voti di fiducia, sedute fiume e un calendario parlamentare compresso al limite del grottesco. L’obiettivo è chiaro: approvare tutto in fretta, possibilmente prima che qualcuno si accorga che il meccanismo non regge.
Il punto è che non regge davvero. E a dirlo, con la consueta sobrietà da ragioniere dello Stato, è Giancarlo Giorgetti. Tradotto dal linguaggio tecnico: la Ragioneria non ha ancora trovato una copertura credibile per la norma più controversa del decreto. Fine della storia. O meglio, inizio del problema.
Il capolavoro giuridico: pagati solo se espelli
La versione originaria del provvedimento era già un piccolo trattato di creatività amministrativa. Prevedeva un incentivo economico – 615 euro – per gli avvocati che riuscissero a ottenere il rimpatrio di un migrante. Un sistema di “premialità” che, detto senza giri di parole, trasformava la difesa legale in una lotteria a esito vincolato.
Se il migrante restava in Italia, niente compenso. Se veniva rimpatriato, assegno garantito. Una costruzione che non solo solleva dubbi etici, ma sfiora il cortocircuito costituzionale: l’avvocato dovrebbe tutelare il proprio assistito, non il risultato auspicato dallo Stato. Ma evidentemente, nella versione governativa, il diritto di difesa era diventato una variabile accessoria.
Il Quirinale ha fatto notare l’ovvio, costringendo l’esecutivo a riscrivere la norma. Ed è qui che la faccenda si complica. Perché la nuova versione – più conforme ai principi giuridici – prevede che i professionisti vengano pagati indipendentemente dall’esito. Una scelta sensata, se non fosse che comporta un aumento dei costi. E qui il castello si incrina.
Le cifre iniziali erano già risibili: poche centinaia di migliaia di euro distribuite su più anni. Ora, con l’ampliamento della platea (non solo avvocati, ma anche mediatori culturali e associazioni), il conto sale. E il Tesoro, improvvisamente, scopre che la matematica non è un’opinione.
Decreto urgente, coperture opzionali
La soluzione? Rimandare. Non nel senso di riflettere, ma di spostare il problema più avanti. La nuova norma non definirà nemmeno con precisione chi potrà operare: tutto sarà demandato a un successivo decreto del Ministero dell’Interno. Una tecnica ben nota: approvare il contenitore e riempirlo dopo, se e quando si troveranno le risorse.
Nel frattempo, il Parlamento viene chiamato a votare a ritmo forzato, mentre l’opposizione risponde con l’unico strumento rimasto: l’ostruzionismo. Decine di ore di interventi, una maratona oratoria che rallenta ma non ferma l’ingranaggio. Il governo, dal canto suo, tenta scorciatoie procedurali, proponendo chiusure accelerate e dirette televisive. La politica ridotta a palinsesto.
E dentro la stessa maggioranza emergono crepe. Alberto Balboni, da poco sottosegretario alla Giustizia, difende la versione originaria come “di buon senso”. Traduzione: il problema non era la norma, ma chi l’ha criticata. Una linea che ignora il nodo centrale: una legge senza copertura è, semplicemente, una legge che non sta in piedi.
Il risultato finale è un paradosso perfettamente italiano. Un decreto “Sicurezza” che genera insicurezza normativa, un governo che rivendica efficienza mentre rincorre le coperture, una maggioranza che predica rigore e pratica l’improvvisazione.
E soprattutto, una domanda che resta sospesa: se per trovare qualche milione servono giorni di trattative e contorsioni, quanto è solida la narrazione di un esecutivo che promette ordine, controllo e disciplina? Per ora, l’unica cosa davvero sotto controllo sembra essere la comunicazione. Il resto, come spesso accade, è rimandato al prossimo decreto.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Quale pace giusta? La falsa coscienza europea tra Ucraina e Palestina
- Da Putin e Trump a un’Europa in rovina: la degradazione della specie politica
- Gaza, il bilancio occultato: non 60.000 ma mezzo milione di vittime?
- Cipro contesa: Israele e Turchia accendono il Mediterraneo
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













