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L’uscita di Madia certifica una continuità: il renzismo non è deviazione ma natura originaria del Pd. Dalle primarie veltroniane alle nuove candidature mediatiche, l’antipolitica nasce dentro il sistema e continua a riprodursi.
Madia se ne va? Dal Pd a Renzi, andata e ritorno
Partiamo dal dato di cronaca: Marianna Madia ha annunciato la sua uscita dal Partito Democratico, con cui è deputata alla Camera dal 2008 e di cui era stata anche portavoce nel 2018. Madia ha 45 anni ed è stata ministra per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione tra il 2014 e il 2018, nei governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ora entrarà nel gruppo alla Camera di Italia Viva.
Per riassumere la sua carriera politica basta riesumare quello che scrisse su Repubblica, nel febbraio 2014, Piergiorgio Odifreddi:
“…è una raccomandata di ferro, con un pedigree lungo come il catalogo del Don Giovanni. E’ pronipote di Titta Madia, deputato del Regno con Mussolini, e della Repubblica con Almirante. E’ figlia di un amico di Veltroni, giornalista Rai e attore. E’ fidanzata del figlio di Giorgio Napolitano. E’ stagista al centro studi Ariel di Enrico Letta. La sua candidatura è dunque espressione del più antico e squallido nepotismo, mascherato da novità giovanilista e femminista. E fa scandalo per il favoritismo, come dovrebbe.
In parlamento la Madia brilla come una delle 22 stelle del Pd che non partecipano, con assenze ingiustificate, al voto sullo scudo fiscale proposto da Berlusconi, che passa per 20 voti: dunque, è direttamente responsabile per la mancata caduta del governo, che aveva posto la fiducia sul decreto legge. Di nuovo fa scandalo, questa volta per l’assenteismo. La sua scusa: stava andando in Brasile per una visita medica, come una qualunque figlia di papà.”
Come da manuale, dunque, si abbandona il partito ma si tiene ben stretto il seggio parlamentare. Naturalmente tutto impeccabile: la Costituzione non prevede vincolo di mandato, ci mancherebbe. È solo una coincidenza estetica che il principio venga ricordato con particolare fervore proprio in questi frangenti.
L’uscita dal PD, ci viene spiegato, nasce da un’esigenza nobile: “più riformismo nel centrosinistra”. E qui si apre un mondo. Perché sarebbe interessante capire, con l’onorevole Madia, cosa significhi esattamente questo riformismo — parola ormai usurata come una banconota passata troppe volte di mano — e soprattutto perché si attivi con tanta puntualità in prossimità delle scadenze elettorali.
C’è infatti una curiosa regolarità statistica: più aumenta l’incertezza sulla ricandidatura, più cresce l’urgenza riformista, spesso accompagnata da improvvisi cambi di collocazione politica. Un fenomeno affascinante, quasi naturale, come le maree. Solo che qui non è la luna a muovere le acque, ma qualcosa di decisamente più terrestre.
L’antipolitica che non se n’è mai andata
L’uscita di Marianna Madia dall’area ufficiale del PD per ricollocarsi stabilmente nel perimetro renziano non è una notizia in sé. È, semmai, la certificazione tardiva di una continuità politica che non si è mai interrotta. Madia non “cambia campo”: formalizza una posizione che coincide con la traiettoria dei Dem fin dalla loro nascita, quando Walter Veltroni impostava un progetto post-ideologico destinato a trovare in Matteo Renzi la sua espressione più compiuta.
Chi continua a raccontare il renzismo come una deviazione rispetto all’identità originaria del PD, dovrebbe aggiornare le coordinate. Il partito nasce già dentro una cultura politica che riduce la mediazione ideologica a marketing elettorale, sostituendo la rappresentanza con la selezione di figure mediaticamente spendibili. Le primarie, presentate come strumento di democratizzazione, hanno spesso funzionato come dispositivi di legittimazione rapida di leadership costruite altrove.
La figura di Madia è paradigmatica. Non per il peso politico — sostanzialmente nullo — ma per la funzione simbolica. La sua celebre auto-rappresentazione come “giovane inesperta” non fu un inciampo comunicativo, bensì un segno dei tempi: l’incompetenza rivendicata come valore, la politica ridotta a narrazione empatica. Non è antipolitica nel senso grillino, ma una sua versione istituzionale, anticipata e resa presentabile.
Attribuire a Beppe Grillo l’invenzione dell’antipolitica significa ignorare questo passaggio cruciale. Il dispositivo nasce prima, dentro il PD veltroniano: rifiuto delle categorie storiche, culto della novità, estetizzazione del consenso. Renzi non fa altro che portare a sistema quel modello, accelerandone le dinamiche fino a renderle egemoni — e, inevitabilmente, autodistruttive.
Il ritorno del modello: nuove facce, stessa regia
Dopo le sconfitte elettorali e il progressivo svuotamento del radicamento sociale, quell’impianto non è scomparso. Si è temporaneamente ritirato, ha cambiato linguaggio, ha tentato di ricomporsi sotto figure come Enrico Letta, senza mai rimettere davvero in discussione le proprie premesse. Ora riemerge, con la prevedibilità di ciò che non ha mai elaborato le proprie crisi.
Il passaggio da Madia a nuove figure — come Silvia Salis — non segnala un rinnovamento, ma una replica. Cambiano i volti, resta il metodo: selezione dall’alto, costruzione mediatica della credibilità, assenza di un percorso politico reale. La competenza diventa accessoria, sostituita dalla capacità di essere “raccontabili”.
Il dato interessante è che questo schema continua a essere proposto proprio a un elettorato che, almeno formalmente, si richiama a tradizioni politiche opposte: il cattolicesimo sociale, il movimento operaio, la cultura della mediazione. Tradizioni che presupponevano organizzazione, conflitto, elaborazione collettiva. Tutto ciò che oggi viene considerato superfluo o, peggio, ingombrante.
Qui il tono si fa inevitabilmente più corrosivo. Perché la persistenza di questo modello non si spiega solo con le dinamiche interne ai gruppi dirigenti. Si alimenta anche di una domanda sociale disposta ad accettare la semplificazione, a preferire la rappresentazione alla sostanza. Un elettorato che, per usare un’espressione poco elegante ma efficace, continua a bere la narrazione anche quando il contenuto è ormai evaporato.
Il punto, allora, non è la parabola personale di Madia, destinata a rimanere marginale. Il punto è la struttura che quella parabola rende visibile: un sistema politico che ha progressivamente sostituito la politica con la sua simulazione. E che, nonostante le sconfitte, continua a riprodursi con sorprendente resilienza. Perché alla fine non si tratta di persone, ma di un meccanismo. E i meccanismi, a differenza dei leader, non si dimettono.

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