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L’astensione elettorale non è apatia, ma risposta politica a una liberaldemocrazia svuotata. Tra vincoli sovranazionali, partiti ridotti a marketing e repressione del dissenso, il voto perde senso e il conflitto si sposta fuori dalle istituzioni.
Astensione come rifiuto del sistema liberale
I grandi proclami di riforma si sono infranti sulla cantilenante voce del Presidente della Repubblica. La riforma Fornero non si sposta da lì, da dove era stata concepita, da quel governo Monti che formalizzò la dittatura del vincolo esterno.
Gli indirizzi politici degli Stati non sono oggetto della disputa politica. Così è organizzato il totalitarismo liberale: esiste un livello superiore, sovranazionale, che inquadra l’agenda della Costituzione economica; esiste un livello inferiore, quello degli enti locali, che dà concreta attuazione ai libri bianchi che pretendono nuovi mercati ed esiste, infine, un livello intermedio, quello statale, completamente destituito, lasciato in piedi solo per illudere il pubblico sul funzionamento ortodosso della liberaldemocrazia, che si occupa di fenomeni pseudoculturali, che si espone in un galateo spettacolarizzato, tra comparsate televisive e kermesse mondane, a discutere di quisquiglie e, all’occorrenza, a reprimere con forza il dissenso.
Se questo è il contesto non deve stupire, dunque, neanche il caso Soumahoro. I partiti, quelli parlamentari, non hanno alcuna funzione pubblica. Nello specifico, non possono veicolare il conflitto verticale all’interno delle istituzioni perché i governi non rispondono più alla Costituzione e alla giustizia sociale, bensì alla costituzionalizzazione della giustizia di mercato. Motivo per cui non possono fare altro che intrattenersi in passatempi, in diversivi comunicativi impaginati dalle agenzie di marketing.
A ogni tornata elettorale i partiti assolvono le loro esigenze cosmetiche affidandosi a un impegnativo maquillage scenografico in grado di catturare l’attenzione dei consumatori. Elevare al ruolo di caposcuola qualche personaggio mediatico è solo uno dei numerosi stratagemmi ideati tra i pensosi creativi dell’improvvisazione divulgativa.
Il disinteresse elettorale ormai sedimentato nella maggioranza della popolazione nasce da queste dinamiche postdemocratiche, ingigantite dalla costruzione di leggi elettorali che eliminano il criterio della rappresentanza e, con la scure degli sbarramenti, obbligano le forze politiche a ricercare la visibilità mediatica attraverso l’esposizione di messaggi compatibili con la tenuta del sistema.
Sostanzialmente, alla soppressione della democrazia sostanziale ha fatto da corollario l’immiserimento della democrazia formale. Questa dittatura velata si compiace di una spoliticizzazione diffusa cristallizzata nell’astensione elettorale. Ma, nella realtà, l’astensione rappresenta sempre di più una ritirata strategica della popolazione che ha compreso alla perfezione l’illusorietà delle liberaldemocrazie.
Tanto che inizia a riprendere in mano le leve del conflitto senza però affidarsi a un qualsiasi sbocco politico/elettorale. L’apparizione nella vita collettiva della guerra e la pervicacia con cui le élite capitaliste ricercano la guerra, inchiodano alla realtà il vecchio antagonismo post-strutturalista e smussano la retorica neoliberale sull’impresa di sé ma contemporaneamente riportano in auge la dinamica repressiva del potere totalitario. In questi giorni la vediamo drammaticamente all’opera.

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