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In questo articolo collettivo, Federico Giusti, Ascanio Bernardeschi, Alessandra Ciattini e Adriana Bernardeschi mettono in evidenza l’ipocrisia del mainstream occidentale, e in particolare italiano, quando si parla della questione palestinese. A cominciare dalla storia degli accordi di Abramo.
Parlateci degli accordi di Abramo
Di Federico Giusti*
Mentre scriviamo non è dato sapere se l’immane tragedia di Gaza si sia nel frattempo trasformata in catastrofe umanitaria; i generatori ai quali sono collegati gli ospedali hanno un’autonomia assai limitata in una striscia di terra nella quale la erogazione di acqua, luce e gas è da giorni sospesa.
I carri armati israeliani stanno puntando direttamente su Gaza preceduti da bombardamenti a tappeto che colpiscono indistintamente obiettivi militari e case, ospedali o scuole.
Non si contano i morti (civili) per i bombardamenti israeliani, non fanno notizia del resto carestie e guerre che colpiscono i paesi del Sud del mondo; immaginiamoci allora quelli di un popolo elevato a fiancheggiatore del terrorismo.
Non meritano spazio nei media le informazioni sulle violazioni dei diritti umani e civili (immaginiamoci quelli politici…) come sancisce quel fermo amministrativo con cui sono stati incarcerati per anni migliaia di palestinesi senza un capo di accusa, senza prove sulla loro colpevolezza.
Basta essere accusati di terrorismo per giustificare ogni sospensione dei diritti civili, anzi la violazione diventa una sorta di scelta obbligata come del resto avvenuto anche nelle democrazie occidentali nella stagione tra gli anni Settanta e Ottanta con le legislazioni emergenziali.
Quel corpo di leggi dettato da ragioni eccezionali e temporanee è rimasto al proprio posto e all’occorrenza potrebbe essere utilizzato contro il nemico di turno.
La democrazia occidentale si scopre vulnerabile e incapace di porsi domande sulle ragioni del conflitto in Medioriente, pur avendo tutti gli strumenti analitici per farlo, accecata dallo spauracchio del terrorismo con cui ormai si identifica la stessa resistenza dei popoli.
Si arriva persino a invocare il codice penale per gli studenti e le studentesse che nelle scuole e nelle università prendono posizione a favore del popolo palestinese, o carcere ed espulsione per l’Iman di Pisa che riconosce il diritto di resistenza al pari di quanto fatto per l’Ucraina.
Il giornalismo italiano è da sempre diviso, ma quello mainstream non nutre alcun dubbio, schierato sempre e solo a fianco degli Usa e di una visione occidentale e imperialista atta a giustificare ogni scelta in nome della salvaguardia di presunti valori etici e morali partoriti dallo stesso Occidente e da esso stesso continuamente violati.
Parlateci allora degli accordi di Abramo, lo chiediamo a gran voce alla stampa italiana, parlateci degli Emirati Arabi, del Bahrein e dell’Arabia Saudita che invocano in queste ore il vecchio, e insano, pragmatismo a tutela del business con Israele.
Parliamo di accordi commerciali che celano in realtà la costruzione di una nuova mappa del Medioriente nella quale non c’è spazio per un’entità statale palestinese. I paesi sopra menzionati sono nevralgici per il controllo dei choke-points di Hormuz e Suez, e la sicurezza marittima garantita è un biglietto da visita indispensabile per i traffici occidentali e per elevare questi Stati a interlocutori credibili e da sostenere.
Dal 2022 Emirati Arabi e Israele partecipano al Quad dell’Asia Occidentale con India e Stati Uniti, costruito a tutela degli interessi energetici, infrastrutturali, commerciali e per la sicurezza alimentare, una porta aperta anche per il controllo dell’Africa beneficiando della adesione agli accordi di Marocco e Sudan.
E non sia mai che in Occidente ci si chieda cosa stia accadendo in questi paesi. Sono partners strategici affidabili e questo basta a tutela degli interessi supremi, quelli capitalistici, con l’accordo sul libero scambio che ha posto fine alla quasi totalità delle tariffe doganali sui beni commerciali e con la nascita di società e joint venture tra Israele e Emirati Arabi; da ciò sono derivati esportazioni di greggio a basso costo, investimenti degli Emirati nei porti israeliani non prima di averli privatizzati in fretta e furia.
Proliferano poi gli accordi militari all’ombra di Abramo e sappiamo bene quanto siano richiesti i sistemi di arma tecnologicamente avanzati di produzione israeliana, ma conosciamo anche l’importanza del corridoio economico tra India, Medio Oriente e Europa (Imec) lanciato solo poche settimane fa nel G20 di New Delhi, una risposta alla Via della Seta particolarmente gettonata dagli Usa e dalla stessa Ue.
La guerra in corso non fa dormire sonni tranquilli alle potenze occidentali e le istanze palestinesi rappresentano un ostacolo per la realizzazione di questi progetti, quindi ben venga la repressione di Israele che al contempo potrebbe normalizzare l’area attaccando la Siria e il Libano nel nome della lotta al terrorismo.

* di Federico Giusti, Ascanio Bernardeschi, Alessandra Ciattini, Adriana Bernardeschi, da World Politics Blog
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