www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Il blocco navale Usa contro il Venezuela, denunciato dall’Onu come violazione del diritto internazionale, colpisce anche Cuba, già al collasso energetico. Tra sanzioni, militarizzazione e doppi standard, Washington riscrive le regole nei Caraibi.
Caraibi sotto assedio: il ritorno del blocco come strumento politico
La tensione tra Stati Uniti e Venezuela ha ormai superato la soglia della consueta ostilità diplomatica ed è entrata in una zona grigia che il diritto internazionale conosce bene e condanna con altrettanta chiarezza: il blocco armato. Caracas lo ha definito senza giri di parole «la più grande estorsione della nostra storia». Una formula enfatica, certo, ma non priva di fondamento, se si osserva la portata delle misure adottate da Washington e le loro conseguenze regionali.
Il sequestro di due petroliere venezuelane, accompagnato dal dispiegamento di navi da guerra, aerei e migliaia di soldati statunitensi tra Caraibi e Pacifico, è stato giustificato dall’amministrazione Trump come parte della guerra al narcotraffico, in particolare contro il presunto flusso di fentanyl e cocaina verso gli Stati Uniti. Una motivazione che suona nobile, ma che convince poco, soprattutto quando a contestarla non sono soltanto governi ostili a Washington, bensì esperti indipendenti delle Nazioni Unite.
Secondo i relatori Onu per i diritti umani, il blocco navale imposto dagli Stati Uniti configura una vera e propria “aggressione armata”, in violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite. Non esiste, sostengono, alcun diritto a imporre unilateralmente sanzioni attraverso l’uso della forza militare. Anzi, in teoria, uno Stato colpito da simili misure avrebbe persino titolo a invocare la legittima difesa. Un paradosso geopolitico: il diritto internazionale che, sulla carta, riconosce a Caracas ciò che nella realtà è politicamente impraticabile contro un’iperpotenza.
Diritto internazionale, a uso selettivo
Gli esperti Onu hanno inoltre denunciato un dato difficilmente liquidabile come propaganda: almeno 105 morti causati dalle operazioni statunitensi, persone che non rappresentavano una minaccia immediata. Un bilancio che, se attribuito a qualsiasi altro attore globale non allineato, avrebbe già innescato risoluzioni, sanzioni e speciali televisivi. Ma quando il protagonista è Washington, il silenzio diventa improvvisamente una virtù diplomatica.
Il casus belli giuridico ruota attorno alle accuse statunitensi contro il cosiddetto Cartel de los Soles, una presunta organizzazione criminale che coinvolgerebbe settori del governo venezuelano, incluso il presidente Nicolás Maduro. Anche qui, la narrazione ufficiale è più assertiva che dimostrata. Numeroseanalisi parlano piuttosto di reti di corruzione e tolleranza verso attività illecite, un fenomeno reale ma ben lontano dalla definizione di “narco-terrorismo” brandita a Washington per giustificare misure eccezionali.
Il Venezuela, sostenuto da Russia e Cina, ha portato la questione davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. L’accusa è netta: saccheggio, depredazione, ricolonizzazione. E, soprattutto, la rivendicazione di un principio elementare che sembra valere solo a geometria variabile: gli Stati Uniti non hanno giurisdizione nei Caraibi. Un’affermazione ovvia per chiunque non consideri il continente americano un’estensione naturale del Pentagono.
Dal canto loro, gli Stati Uniti continuano a non riconoscere Maduro come legittimo presidente e sostengono che la vendita del petrolio venezuelano serva unicamente a mantenere un potere “fraudolento”. Una posizione che, al netto delle critiche al regime chavista, contribuisce a spiegare perché la presenza militare statunitense nella regione venga definita la più massiccia dai tempi dell’invasione di Panama del 1989.
Venezuela sotto pressione, Cuba stremata
Il blocco del petrolio venezuelano non colpisce però soltanto Caracas. Il suo impatto più destabilizzante rischia di abbattersi su Cuba, già stremata da una crisi economica e sociale senza precedenti dalla rivoluzione del 1959. Da decenni l’isola dipende in larga misura dal petrolio venezuelano a basso costo, utilizzato non solo per i trasporti, ma soprattutto per alimentare centrali elettriche e generatori privati, essenziali in un Paese dove i blackout sono diventati cronici.
Oggi le importazioni di greggio dal Venezuela coprono circa la metà del fabbisogno cubano. Il resto proviene da Russia e Messico, quest’ultimo sempre più riluttante a fornire petrolio, sia per pressioni statunitensi sia per il calo della propria produzione. L’Avana non ha alternative realistiche: mancano valuta estera, canali finanziari e fornitori disposti a sfidare l’embargo Usa, in vigore da oltre sessant’anni.
Le condizioni interne sono drammatiche: carenze alimentari, scarsità di medicinali, infrastrutture idriche fatiscenti, epidemie ricorrenti e intere città lasciate per giorni senza elettricità. Il petrolio non è una merce, ma una linea di sopravvivenza. Non sorprende che il governo cubano abbia definito le azioni statunitensi atti di “pirateria” e Trump un “volgare ladro”.
Il legame tra Caracas e L’Avana è anche politico e strategico. Agenti cubani garantiscono la sicurezza del presidente venezuelano, mentre Washington lavora apertamente alla destabilizzazione del regime, autorizzando anche operazioni segrete della Cia. Un eventuale cambio di governo ostile a Cuba potrebbe provocare il collasso definitivo dell’economia dell’isola, già oggi in condizioni peggiori di quelle successive al crollo dell’Unione Sovietica.
Negli ultimi anni la Cina è diventata il principale partner economico di Cuba, investendo anche nelle energie rinnovabili. Ma gli impianti fotovoltaici, pur in crescita, non possono ancora sostituire le vecchie centrali a petrolio. Nel frattempo, il blocco navale statunitense ridisegna i Caraibi come un teatro di pressione permanente, dove il diritto internazionale viene evocato solo quando serve, e ignorato quando intralcia la geopolitica.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Quale pace giusta? La falsa coscienza europea tra Ucraina e Palestina
- Da Putin e Trump a un’Europa in rovina: la degradazione della specie politica
- Gaza, il bilancio occultato: non 60.000 ma mezzo milione di vittime?
- Cipro contesa: Israele e Turchia accendono il Mediterraneo
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













