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Il golpe fallito in Benin mostra la fragilità dell’Africa occidentale: povertà, istituzioni deboli e jihadismo alimentano nuove rivolte. La Nigeria interviene per bloccare il contagio golpista e difendere il proprio ruolo regionale, mentre l’Occidente resta marginale.
Benin. un golpe mancato che rivela una crisi più profonda
Il tentativo di rovesciare il governo del Benin non è durato abbastanza da finire nei libri di storia, ma sufficiente a ricordare quanto il golpismo sia tornato a essere una patologia cronica dell’Africa occidentale. A Cotonou, gruppi armati guidati dal colonnello Pascal Tigri hanno provato a replicare il copione già visto in Niger, Mali e Burkina Faso: assalto improvviso, presa di edifici strategici, retorica contro la corruzione. Ma stavolta il finale è stato diverso.
Il presidente Patrice Talon è rimasto al suo posto grazie all’intervento tempestivo della Nigeria, dimostrando che nella regione esistono ancora fragili anticorpi contro le sollevazioni militari.
Il paradosso è tutto politico. Talon è un leader contestato, avversato da opposizioni e movimenti sociali per il deterioramento dei servizi pubblici e per una gestione del potere giudicata opaca. Con oltre un terzo della popolazione sotto la soglia di povertà e un indice di sviluppo umano tra i peggiori del mondo, il Benin non è certo un’oasi amministrativa.
Eppure, nonostante un bilancio di governo tutt’altro che brillante, gli osservatori internazionali continuano a includerlo nel recinto della “democrazia”, sebbene una democrazia mutilata, sempre in bilico tra stabilità apparente e tensioni latenti.
La mano nigeriana e l’ultima linea dell’Occidente
Quando la situazione è precipitata, la reazione non è arrivata dalle istituzioni internazionali, ma dai vicini. L’ECOWAS, che negli ultimi anni ha assistito inerte a una sequenza di colpi di Stato, stavolta ha agito rapidamente e con decisione. Sotto la guida della Nigeria di Bola Ahmed Tinubu, i caccia sono decollati da Lagos pronti a colpire le postazioni dei rivoltosi. Un segnale eloquente: Abuja non ha alcuna intenzione di tollerare un altro domino golpista ai suoi confini.
Secondo fonti della difesa nigeriana, anche la Francia avrebbe dato sostegno politico all’operazione, consapevole che il Benin rappresenta uno degli ultimi avamposti dell’influenza occidentale in un’Africa dove Parigi è ormai in piena ritirata. Nel nuovo scacchiere regionale, la Nigeria si propone come garante dell’ordine, mentre le potenze europee si limitano a osservare, prive di una strategia credibile.
Una tregua apparente, una crisi permanente
Nonostante l’intervento esterno abbia neutralizzato la rivolta, le cause del malcontento restano tutte sul tavolo. Povertà, marginalizzazione e frammentazione statale alimentano un terreno fertile per ribellioni spontanee più che per colpi di Stato strutturati. La crisi beninese è dunque solo un sintomo di una tensione più ampia che attraversa l’Africa occidentale: dove si indebolisce il potere civile, prosperano jihadisti, milizie locali e ambizioni militari.
Il messaggio, per gli alleati occidentali, è chiaro. La Nigeria non vuole un’altra zona grigia ai suoi confini e userà la forza se necessario. Un avvertimento che arriva anche agli Stati Uniti, dove le critiche di Donald Trump sulla sicurezza del Paese e sulla protezione delle minoranze cristiane hanno riacceso il dibattito sul ruolo regionale di Tinubu. Il golpismo, oggi, è un virus: e Abuja vuole evitare che si trasformi in pandemia.

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