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Dalle dittature del Novecento al Venezuela sotto sanzioni, l’America Latina emerge come infrastruttura storica dell’imperialismo USA. Non eccezioni, ma un sistema di dominio che reprime la politicizzazione delle masse e gestisce la crisi con coercizione.
L’America Latina come infrastruttura imperiale
L’America Latina e l’America Centrale non sono mai state, nel rapporto con gli Stati Uniti, un semplice spazio di prossimità geografica. Fin dall’Ottocento hanno rappresentato una retrovia strutturale dell’accumulazione e della sicurezza nordamericana: un’area in cui risorse naturali, forza lavoro, rotte commerciali, debito e apparati coercitivi sono stati organizzati come se la sovranità fosse una concessione revocabile, non un diritto pieno. La Dottrina Monroe ha fornito la legittimazione ideologica iniziale; il Novecento ne ha perfezionato l’architettura materiale.
Con l’ingresso dell’imperialismo statunitense nella fase monopolistica e finanziaria, il controllo diretto lascia progressivamente spazio a forme più sofisticate di dominio indiretto. In questo passaggio, la CIA assume un ruolo centrale non come entità cospirativa, ma come tecnologia storica di governo dell’instabilità. Il suo compito non è inventare conflitti, bensì amministrarli, intervenendo quando il dominio economico rischia di incrinarsi.
Il colpo di Stato in Guatemala del 1954 inaugura un metodo destinato a ripetersi: guerra psicologica, propaganda sistematica, costruzione del nemico interno, copertura diplomatica, restaurazione dei rapporti di proprietà. Non si tratta di cambiare governi per capriccio geopolitico, ma di ristabilire un ordine materiale: disciplinare il lavoro, garantire l’estrazione di valore, neutralizzare ogni deviazione dalla funzione assegnata al Paese nella divisione internazionale del lavoro.
Dittature come forma storica del comando
Il Cile di Allende chiarisce definitivamente la logica del sistema. La destabilizzazione precede il golpe, lo prepara e lo rende possibile. Il colpo di Stato del 1973 non è un evento isolato, ma l’esito coerente di una strategia preventiva che mira a rendere ingovernabile un’esperienza riformatrice prima ancora che diventi rivoluzionaria. Da quel laboratorio nasce la ristrutturazione neoliberale sotto dittatura, poi generalizzata nel Cono Sud attraverso l’Operazione Condor.
Condor non è una deviazione autoritaria, ma un dispositivo transnazionale di dominio di classe. Le dittature militari non operano in isolamento: coordinano intelligence, repressione, sequestri, eliminazioni politiche. Gli Stati Uniti non sono spettatori, ma centro direttivo di una rete che integra apparati militari, formazione repressiva, copertura diplomatica e indirizzo strategico. La violenza non è un eccesso: è infrastruttura del comando.
Questi regimi furono fascisti in senso storico-materiale. Non per analogia simbolica, ma per funzione: neutralizzazione preventiva del conflitto, annientamento delle classi subalterne, culto dell’ordine, anticomunismo come lingua comune capace di legittimare ogni forma di violenza. L’anticomunismo non fu solo ideologia, ma dispositivo unificante tra élite locali e imperialismo, rendendo la vita umana variabile sacrificabile nella gestione della periferia.
A rafforzare questo sistema contribuì anche la continuità materiale con il nazifascismo europeo. Attraverso le ratlines, criminali di guerra trovarono rifugio e integrazione in Sud America, non come residui del passato, ma come competenze utili a una retrovia repressiva globale. La periferia diventa così spazio di sperimentazione della violenza politica senza limiti.
Venezuela, multipolarità e crisi dell’egemonia
Nel presente, questa logica non scompare: si riorganizza. Il continente non va letto come somma di politiche nazionali, ma come sistema gerarchico. Messico, Guatemala, Honduras ed El Salvador svolgono funzioni differenziate di frontiera, contenimento migratorio ed esternalizzazione repressiva. Panama riemerge come nodo strategico; Cuba resta la ferita aperta dell’ordine emisferico, perché dimostra che la dipendenza non è destino naturale.
In questa visone complessina, il Venezuela assume un ruolo paradigmatico. Prima di Chávez era un ingranaggio stabile dell’ordine imperiale: grande produttore di petrolio, rendita gestita da élite integrate, democrazia oligarchica funzionale alla continuità dell’estrazione. Con la Rivoluzione Bolivariana si rompe il nesso tra rendita e subordinazione: il controllo su PDVSA, l’uso sociale della rendita, la politicizzazione delle masse riaprono uno spazio che l’imperialismo considerava chiuso.
È questo, più della retorica, a rendere il Venezuela intollerabile: mostra che una risorsa strategica può fondare un progetto di autonomia relativa. Le sanzioni, la guerra economica, la costruzione di governi fantoccio come quello di Guaidó, non mirano a “ripristinare la democrazia”, ma a rendere l’autonomia così costosa da diventare dissuasiva. Si tratta di una guerra non dichiarata, che colpisce la capacità riproduttiva della società.
L’Europa, lungi dall’essere alternativa, agisce come segmento subordinato dell’ordine atlantico, legittimando sanzioni e isolamento. Russia e Cina introducono elementi di multipolarità che complicano i piani imperiali, senza però costituire soluzioni emancipative in sé. Il risultato è una guerra ibrida multilivello, in cui strumenti economici, finanziari, mediatici e logistici operano simultaneamente.
Il Venezuela diventa così laboratorio negativo: dimostrazione che ogni tentativo di sottrarsi al comando del capitale globale comporta costi elevatissimi. Ma proprio per questo rivela la crisi strutturale dell’egemonia occidentale, sempre meno capace di governare attraverso l’integrazione e sempre più incline a normalizzare l’eccezione.

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