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Il premier serbo Vučić accusa USA e Turchia di armare il Kosovo contro Belgrado. Denuncia l’indifferenza di NATO e UE e parla di minaccia diretta all’integrità della Serbia, in un contesto regionale sempre più militarizzato.
Belgrado accerchiata: la narrativa dell’assedio e la geopolitica dei Balcani
Nel lessico politico serbo, la parola minaccia non è mai neutra. Quando il premier Aleksandar Vučić parla di rischio di aggressione contro la Serbia, lo fa attingendo a una memoria storica stratificata e a un presente regionale tutt’altro che pacificato. Le sue ultime dichiarazioni, rilasciate nei giorni scorsi durante colloqui con il segretario generale della NATO e con rappresentanti dell’Unione europea, si inseriscono in questo solco e rilanciano una narrativa di accerchiamento che merita di essere analizzata senza indulgenze ma anche senza semplificazioni.
Vučić ha riferito che, di fronte alle sue preoccupazioni, interlocutori euro-atlantici avrebbero reagito con indifferenza: «tutti facevano spallucce». Un gesto che, nel racconto del premier, diventa la prova di una complicità silenziosa. Secondo Belgrado, infatti, Stati Uniti e Turchia starebbero contribuendo attivamente al rafforzamento militare del Kosovo, preparando il terreno a un possibile conflitto con la Serbia.
Armi, Kosovo e il linguaggio della deterrenza
Il cuore dell’accusa è esplicito e viene formulato senza attenuanti. Vučić ha dichiarato pubblicamente: «gli americani stanno armando incondizionatamente e apertamente gli albanesi in Kosovo e in Metochia, senza contare la Turchia». Parole pronunciate in dichiarazioni ufficiali rivolte all’opinione pubblica serba e rilanciate dai media nazionali, con l’obiettivo evidente di segnalare un cambio di fase.
Il premier entra nel dettaglio militare, elemento non secondario in una regione dove ogni calibro ha un valore simbolico:
«Non c’è alcun problema con la consegna rapida di cannoni da 105 mm e di tutto il resto, perseguendo un unico obiettivo: una minaccia diretta contro la Repubblica di Serbia e la sua integrità territoriale, così come, naturalmente, un attacco contro la popolazione civile e le strutture militari e di polizia della Repubblica di Serbia».
L’enfasi sulla rapidità delle forniture e sulla loro natura “incondizionata” serve a rafforzare l’idea di una strategia deliberata. Tuttavia, sul piano fattuale, è noto che Kosovo Security Force sia oggetto da anni di programmi di addestramento e supporto occidentali, inquadrati ufficialmente come misure di stabilizzazione e difesa territoriale. La Serbia, però, non riconosce il Kosovo come Stato sovrano e interpreta ogni rafforzamento militare come una violazione diretta degli equilibri regionali sanciti dopo il 1999.
NATO ovunque, Serbia isolata
Vučić amplia poi il quadro, spostando l’attenzione dall’episodio al contesto: quasi tutti i Paesi che circondano la Serbia sono membri della NATO o «stanno per diventarlo». Da qui la domanda, posta pubblicamente e con una punta di sarcasmo amaro:
«Contro chi è diretto questo? E contro chi devono difendersi?»
È una domanda retorica, ma non priva di efficacia politica. La Serbia si presenta come un’isola di neutralità militare in un mare atlantico, una condizione che alimenta tanto il vittimismo quanto una retorica di resistenza nazionale. Vučić lo dice apertamente, con una frase che suona come una resa preventiva mascherata da realismo:
«Penso che la NATO sia sufficientemente forte da sconfiggere sempre e in qualsiasi momento la piccola Serbia. La Serbia non oserebbe farlo, e sanno che la nostra politica non prevede di attaccare qualcuno nella regione».
Qui il discorso si fa paradossale. Da un lato, il premier denuncia una minaccia esistenziale; dall’altro, riconosce la sproporzione di forze e ribadisce la natura difensiva della politica serba. È una strategia comunicativa collaudata: denunciare l’ingiustizia dell’ordine internazionale senza mai varcare la linea della sfida aperta.
Resta però una questione di fondo. Le dichiarazioni di Vučić parlano tanto all’esterno quanto all’interno. Servono a compattare il consenso, a rafforzare l’idea di una Serbia sotto pressione, a giustificare una postura politica sempre più rigida sul Kosovo. Ma raccontano anche l’impasse di una regione dove la pace è gestita più che risolta, congelata sotto strati di deterrenza, missioni internazionali e ambiguità diplomatiche.
Nei Balcani, la guerra non scoppia quasi mai all’improvviso. Prima si annuncia, si evoca, si insinua. E quando un premier parla di cannoni e di accerchiamento, anche se lo fa con tono misurato, significa che la tensione è già diventata linguaggio politico ordinario.

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