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Vergogna a Roma: pubblica post pro-Palestina, portato in questura e sospeso dal lavoro

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Caccia alle streghe a Roma, un uomo pubblica un post pro-Palestina e subisce una perquisizione “urgente” dalla polizia. Subito dopo è arrivata la sospensione dal lavoro.

Pubblica post pro-Palestina: perquisito dalla polizia e sospeso dal lavoro

Una storia che ha dell’incredibile è accaduta a Roma: in un clima di caccia alle streghe un uomo ha subito una perquisizione urgente, cioè senza mandato, ed è stato sospeso dal lavoro su indicazione della polizia, per aver pubblicato un post su Instagram di solidarietà alla Palestina.

A rivelare l’accaduto è stato il quotidiano “L’indipendente” che, data la gravità e al contempo l’assurdità della notizia, ha scritto nell’articolo a firma di Stefano Baudino che: “Può sembrare un fatto assurdo, ma lo pubblichiamo dopo aver fatto tutte le verifiche del caso, avendo parlato col diretto interessato, con la scuola, ed avendo potuto visionare il referto di perquisizione redatto dalla polizia.”

Il protagonista, suo malgrado, di questo sconcertante episodio, è un cittadino algerino, incensurato, sia qui che nel paese di origine, rifugiato politico, residente in Italia dal 2003 e da 9 impiagato con regolare contratto in una scuola della Capitale.

Come raccontato nell’articolo, mercoledì mattina l’uomo “è a casa a riposare nel suo giorno libero dal lavoro. Ad un tratto suona il campanello. (…) Nell’abitazione fanno ingresso i poliziotti della Divisione Investigazioni Generali Operazioni Speciali della sezione Terrorismo, che entrano nella camera da letto per una perquisizione. Lui (…) chiede ai poliziotti di mostrare il mandato di perquisizione. Loro gli rispondono che non serve. Ai sensi dell’art. 41 del T.U.L.P.S., infatti, si può evitare di chiedere la preventiva autorizzazione da parte del pm ove sussistano “particolare necessità ed urgenza”. Il poliziotto gli si rivolge: «Hai delle armi o degli esplosivi?». (…) Non ha mai commesso reati; il suo casellario giudiziario è vuoto e non fa parte di gruppi o organizzazioni di nessun tipo. La perquisizione, infatti, dà esito negativo. Particolare che abbiamo verificato leggendo il verbale di perquisizione redatto dagli agenti, che conferma che gli agenti non hanno trovato nulla.”

Ma la cosa non finisce perchè a quel punto l’uomo viene portato in Questura dove gli chiedono di mostrare i contenuti del suo telefonino, perché “vogliono controllare il suo Whatsapp, il suo Instagram, le sue conversazioni e la sua galleria fotografica. (…) I poliziotti trovano sulle sue stories di Instagram una foto dei bambini palestinesi morti nei massacri a Gaza, con la scritta “fino a oggi 10.000 bambini morti”. «Perché l’hai scritto?», gli chiede uno di loro. «Perché è la verità», risponde lui. Per due giorni, nel suo stato Whatsapp, Yussef ha tenuto pubblicata la foto del leader di Hamas. «Ho detto loro che, secondo quello che penso, Hamas non è un’organizzazione terroristica ma un gruppo che sta facendo la resistenza: d’altronde, i miei antenati in Algeria, ai tempi del colonialismo, sono stati chiamati ‘terroristi’, ma oggi sono ricordati come grandi figure della storia». Condivisibili o meno, queste sono le sue idee. I poliziotti lo lasciano andare. Non prima di aver scattato tre foto ad alcuni contenuti trovati nel cellulare: l’immagine dei bambini palestinesi morti, quella del capo di Hamas e una fotografia di Ursula Von der Leyen.”

Come se non bastasse la violenza psicologica subita dall’uomo, arriva il colpo finale quando “l’uomo riceve la chiamata del preside della scuola in cui lavora, il quale gli dice di aver saputo dei suoi «problemi con la polizia» e gli comunica che la stessa polizia avrebbe chiesto alla direzione dell’istituto di vietare a Yussef di tornare al lavoro «per motivi di sicurezza». E il preside ha deciso di dare seguito a quella richiesta, che suona tanto come un ordine. In un colpo solo, dunque, due diritti costituzionalmente garantiti – quello alla libertà della manifestazione di pensiero e quello al lavoro – sono stati calpestati.”

Evidentemente, come commentato da Giorgio Cremaschi in merito a questa vicenda grottesca ma devastante per la vita di un uomo, “stare con il fascista Netanyahu fa diventare fascisti. Solidarietà al lavoratore algerino colpito dal razzismo di Stato”.

(Fonte – L’indipendente)

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