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Delcy Rodríguez risponde alla disinformazione occidentale rivendicando la continuità dello Stato venezuelano dopo l’attacco USA del 3 gennaio. Tra sequestro di Maduro e propaganda digitale, Caracas denuncia l’aggressione e riafferma sovranità e consenso popolare.
Venezuela, il potere reale contro la finzione imperiale
Nel dibattito occidentale sul Venezuela, la realtà ha da tempo smesso di essere un criterio rilevante. A dominare è una narrazione sostitutiva, una sorta di realtà aumentata geopolitica in cui governi fantasma, presidenti immaginari e istituzioni “delegate” prendono il posto di ciò che effettivamente accade sul terreno. È contro questo teatro dell’assurdo che Delcy Rodríguez, presidente incaricata della Repubblica Bolivariana, ha preso parola il 12 gennaio da Catia La Mar, uno dei territori colpiti dall’attacco militare statunitense del 3 gennaio.
Non un discorso rituale, ma una dichiarazione di esistenza politica. In tempi di aggressioni armate e sequestri presidenziali, ribadire che uno Stato continua a funzionare diventa un atto sovversivo.
Governo reale, propaganda virtuale
«Qui in Venezuela c’è un Governo che comanda. C’è una Presidente incaricata e c’è un Presidente ostaggio negli Stati Uniti». La frase di Rodríguez ha il pregio della chiarezza brutale e il difetto, per i custodi dell’ordine liberale globale, di essere difficilmente aggirabile. Da un lato, istituzioni che operano, servizi che vengono ripristinati, comunità mobilitate; dall’altro, una macchina di disinformazione che lavora a colpi di meme, voci Wikipedia e caricature digitali, arrivando persino a suggerire Donald Trump come “autorità” del Paese.
Il paradosso è che questa operazione non mira tanto a convincere, quanto a confondere. L’obiettivo non è dimostrare che il Venezuela non abbia un governo, ma insinuare che qualunque governo sia, in fondo, negoziabile. Un concetto assai utile quando si bombardano capitali straniere e si sequestrano capi di Stato.
Rodríguez ha ricordato che, nonostante il sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro Moros e di Cilia Flores, trasferiti illegalmente negli Stati Uniti dopo l’incursione militare, l’apparato statale resta pienamente operativo. Una puntualizzazione necessaria in un contesto mediatico dove la sospensione del diritto internazionale viene trattata come una nota a piè di pagina.
Sovranità sotto attacco e consenso dal basso
Il messaggio politico lanciato da La Guaira va oltre la contingenza militare. Rodríguez ha insistito su un elemento sistematicamente rimosso dal racconto occidentale: la governabilità venezuelana non è esercitata in astratto, ma insieme al popolo organizzato. Unione civico-militare, Potere Popolare, strutture comunitarie: categorie che nei salotti euro-atlantici suonano arcaiche, ma che sul campo producono resilienza.
Sul piano internazionale, la presidente incaricata ha ribadito che il Venezuela non è isolato, nonostante la pressione statunitense. Esistono Paesi che riconoscono la legittimità delle sue autorità e il diritto all’autodeterminazione, un dettaglio spesso omesso da chi continua a parlare di “regime” come se fosse una diagnosi clinica. «Stiamo rivendicando i diritti della nostra amata patria di fronte alle aggressioni illecite del governo statunitense», ha dichiarato, spostando il discorso dal terreno morale a quello giuridico, dove l’imbarazzo occidentale è massimo.
L’attacco del 3 gennaio, definito «aggressione criminale» dal Governo Bolivariano, ha lasciato almeno 100 morti e un numero analogo di feriti tra Caracas, Miranda, Aragua e La Guaira, secondo il ministro Diosdado Cabello. Un bilancio che basterebbe, in qualunque altra latitudine, a scatenare emergenze diplomatiche. Qui, invece, scivola via nel rumore di fondo.
La conclusione implicita del discorso di Rodríguez è semplice e disturbante: la sovranità venezuelana non è crollata sotto le bombe, ma viene quotidianamente erosa da una narrazione che normalizza l’illegalità quando è esercitata dai vincitori. E forse è proprio questo il punto più intollerabile.

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