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USA-Iran: la flotta che arretra e finge di vincere

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La “massiccia armata”  inviata degli USA nel Golfo si ritira (per ora) tra esercitazioni rivali e rischi di escalation. Washington trasforma un ripiegamento in vittoria mediatica, mentre cerca di contenere Israele più che l’Iran.

La flotta che doveva terrorizzare il mondo

Quando la grande flotta americana inviata da Trump viene presentata come lo strumento decisivo per ristabilire l’ordine globale, ci si aspetta che resti sul campo. Che mostri i muscoli, che detti le regole, che imponga silenzi. E invece la marina statunitense, schierata nel Golfo come se dovesse riscrivere gli equilibri del Medio Oriente, sta facendo l’unica cosa razionale: arretrare, lentamente, senza dichiararlo apertamente.

Il ritiro – o, se si preferisce, la “ricollocazione strategica” – avviene in un contesto tutt’altro che neutrale. Nel giro di poche settimane, la presenza americana si è trovata incastrata tra tre diverse esercitazioni navali: la “Cintura di sicurezza marittima 2026”, con navi iraniane, russe e cinesi; le manovre iraniane del 1 e 2 febbraio; e la seconda fase della stessa cintura di sicurezza a metà mese. Una coreografia marittima che ha trasformato il Golfo in una scacchiera affollata, dove la flotta USA non era più l’unico pezzo in movimento.

A rendere il quadro ancora più scomodo c’è il fatto che gli alleati di Teheran, guidati da Pechino, non si sono mossi di un centimetro. Nessun segnale di cedimento, nessun passo indietro. La parola che a Washington ha iniziato a circolare con una certa insistenza non è “vittoria”, ma “exit strategy”. Un termine elegante per dire: come ce ne andiamo senza ammettere che non abbiamo vinto?

La risposta è stata trovata nel racconto. Se la dimostrazione di forza è stata teatrale, altrettanto spettacolare doveva essere la sua conclusione. Così, quasi in simultanea con i primi segnali di arretramento, ha preso forma la narrazione di un Iran improvvisamente “pronto a negoziare seriamente”. La forza, si è detto, non è più la prima opzione. Se mai lo è stata.

Diplomazia con le armi sul tavolo

Per alcuni giorni, Washington ha oscillato tra minacce rituali e aperture improvvise, come se stesse provando diverse versioni dello stesso copione. Da un lato, i consueti avvertimenti; dall’altro, frasi concilianti, utili a preparare il terreno a una svolta. Il problema è che, dalla parte iraniana, le smentite sono arrivate con puntualità chirurgica. Il ministro degli Esteri Abbas Aragchi e il capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Ali Larijani hanno chiarito che, al momento, non esiste una reale disponibilità al dialogo.

Eppure, nella logica della “diplomazia irregolare”, non importa tanto ciò che accade, quanto ciò che si può raccontare. I ponti d’oro non si costruiscono per chi resta, ma per chi deve andarsene. Fingere che l’altro stia cedendo è il modo più semplice per mascherare un ripiegamento.

C’è poi un dettaglio che i titoli trionfalistici tendono a rimuovere: la “massiccia armata” non è affatto invulnerabile. Anzi, in uno scenario di escalation reale, sarebbe essa stessa a trovarsi in grave pericolo. Le “preghiere” rivolte dal CENTCOM all’IRGC durante le esercitazioni iraniane di inizio febbraio non sono state un gesto di forza, ma un segnale di nervosismo. Il Golfo, in caso di crisi aperta, non sarebbe un lago americano, ma un campo minato.

Washington, in fondo, lo sa. Sa di non avere una superiorità marittima sufficiente per affrontare un conflitto che non sarebbe più regionale. Sa di non poter contare su uno spazio aereo garantito o su basi solide nella regione. E sa che una sconfitta spettacolare distruggerebbe ciò che resta della sua reputazione di superpotenza in Medio Oriente. Per questo la flotta è stata dispiegata soprattutto come strumento simbolico: una pistola appoggiata sul tavolo, non per sparare, ma per essere fotografata.

Il problema è che la stessa messa in scena rischiava di sfuggire di mano. Tirare troppo la corda avrebbe potuto provocare reazioni immediate: attacchi contro basi e navi, il coinvolgimento degli Houthi e di Hezbollah, un incendio regionale difficile da spegnere. A quel punto, non sarebbe stato l’Iran a essere contenuto, ma gli Stati Uniti a essere trascinati in una crisi che non potevano controllare.

Contenere l’alleato, non il nemico

Dietro la retorica dell’intimidazione, si muove un obiettivo meno dichiarato: contenere Israele. Washington ha bisogno di un accordo, anche solo di facciata, con Teheran per frenare l’agenda del suo alleato più ingombrante. Tel Aviv non ha mai smesso di fare pressione per una linea dura, usando tutto il suo peso politico per trascinare l’amministrazione verso lo scontro. In questo senso, la de-escalation non è una concessione all’Iran, ma una misura di autodifesa strategica.

Spostare la portaerei Lincoln dal Golfo dell’Oman al Mar Arabico, in una presunta “zona di sicurezza”, consente ora di raccontare la ritirata come un successo. “È bastato mostrare la pistola per farli sedere al tavolo”, si dirà. Una frase che suona bene, soprattutto se nessuno chiede di vedere le prove.

In realtà, la grande flotta non ha piegato nessuno. Ha solo scoperto i propri limiti. E, nel farlo, ha rivelato che la vera posta in gioco non era la punizione dell’Iran, ma la gestione di un equilibrio sempre più fragile. Quando il teatro chiude, resta il palcoscenico vuoto. E un pubblico che, ancora una volta, applaude senza sapere chi ha davvero lasciato la scena.

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