USA, guerra da superpotenza ma scorte da dilettanti: arsenali svuotati in 40 giorni

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In 40 giorni gli USA hanno bruciato anni di scorte missilistiche: Tomahawk, Patriot, ATACMS. Costi enormi, arsenali svuotati, produzione insufficiente. La guerra contro l’Iran ha rivelato limiti strutturali e una strategia più ideologica che razionale.

USA, guerra da superpotenza ma scorte da dilettanti

Dati, non propaganda. Fonti del New York Times, della CNN, del Wall Street Journal, all’unisono: nei quaranta giorni di operazioni contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno consumato una quantità di missili che rasenta l’assurdo strategico. Non è una crepa, è un buco.

Secondo stime interne al Pentagono, Washington avrebbe impiegato oltre 1.000 Tomahawk, circa 1.100 JASSM, più di 1.200 missili Patriot (oltre 2.000 considerando altri sistemi) e circa 1.000 ATACMS. Tradotto: anni di produzione bruciati in poche settimane. Costo stimato: tra i 28 e i 35 miliardi di dollari. Solo munizioni.

E mentre DonaldTrump continua a oscillare tra minacce e dichiarazioni contraddittorie, una realtà emerge con una chiarezza imbarazzante: la prima potenza militare del mondo ha combattuto una guerra ad altissima intensità senza avere la profondità logistica per sostenerla.

Tecnologia da miliardi contro droni da supermercato

Il problema non è solo quantitativo. È qualitativo. Gli Stati Uniti hanno scelto – o meglio, continuano a scegliere – di combattere guerre asimmetriche con armamenti ipertecnologici e costosissimi. Missili da milioni di dollari contro droni che costano poche migliaia.

Una sproporzione che non è solo economica, ma concettuale. È la dimostrazione di una dottrina militare rimasta indietro rispetto al campo di battaglia reale.

Secondo analisi interne citate da media americani, per ricostituire le scorte pre-conflitto servirebbero almeno cinque o sei anni. Nel frattempo, gli arsenali sono stati svuotati anche in altri teatri: Ucraina, Israele, Mar Rosso. Una dispersione strategica che oggi presenta il conto.

E qui entra in scena il lato grottesco: il Pentagono valuta di coinvolgere l’industria civile – persino il settore automobilistico – per accelerare la produzione bellica. Una soluzione che ricorda più la Seconda guerra mondiale che una superpotenza del XXI secolo.

La retorica e il vuoto

Il 6 marzo, il segretario alla Difesa Pete Hegseth dichiarava che gli Stati Uniti potevano sostenere il conflitto “per tutto il tempo necessario”. Le munizioni non erano un problema. Il vantaggio americano sarebbe cresciuto nel tempo. A distanza di poche settimane, quelle parole suonano come un esercizio di fantasia.

Già a metà marzo, il Royal United Services Institute aveva segnalato il rischio di esaurimento delle scorte dopo l’uso massiccio di missili nelle prime fasi del conflitto. Gli avvertimenti c’erano. Sono stati ignorati.

Fonti della CNN e del Pentagono avevano inoltre sottolineato l’impatto delle operazioni sulle forniture destinate a Kiev e Tel Aviv. Un equilibrio fragile, reso ancora più instabile da una guerra aggiuntiva. E infatti il paradosso è servito: per sostenere un nuovo fronte, Washington ha eroso la propria capacità di sostenere quelli già aperti.

Una scommessa senza copertura

Il punto centrale è questo: la guerra contro l’Iran non è stata solo costosa. È stata pianificata come una scommessa. Una scommessa sulla rapidità del conflitto, sulla superiorità tecnologica, sulla capacità di intimidazione. Una scommessa persa, perché quando una potenza militare deve rallentare non per scelta politica, ma per esaurimento delle munizioni, il problema non è tattico. È strutturale.

E qui il sarcasmo lascia spazio a qualcosa di più serio: la fragilità di un sistema che si percepisce onnipotente ma che, nei fatti, mostra limiti evidenti. Non solo nella produzione industriale, ma nella capacità di leggere il contesto.

Nel frattempo, Trump prova a correggere il tiro parlando di scorte “pre-posizionate” all’estero. Una dichiarazione che solleva più domande che risposte: quali scorte, dove, e soprattutto a scapito di chi? Perché ogni missile spostato da un teatro all’altro è una scelta politica. E ogni scelta politica ha conseguenze.

Non è la fine della supremazia americana ma è, senza dubbio, una crepa.

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