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Trump riabilita l’ex jihadista Ahmad al-Sharaa, oggi presidente siriano, e apre una base Usa vicino Damasco. Fine delle sanzioni e nuova alleanza per contenere Israele. Il Medio Oriente cambia volto: i “terroristi redenti” diventano partner strategici di Washington.
Terroristi che piacciono a Trump: l’ex jihadista siriano accolto alla Casa Bianca
L’incontro tra Donald Trump e Ahmad al-Sharaa, nuovo presidente siriano ed ex esponente di Al Qaeda, segna un passaggio storico: per la prima volta dal 1946, un capo di Stato di Damasco è stato ricevuto ufficialmente alla Casa Bianca. La riabilitazione del leader, salito al potere dopo la caduta di Bashar al-Assad, segna un cambio di paradigma nella politica americana in Medio Oriente.
In meno di un anno, al-Sharaa è passato da ricercato internazionale a interlocutore privilegiato di Washington. Travolto il vecchio regime baathista, il nuovo presidente ha consolidato il potere grazie a “consigli popolari” composti in gran parte da suoi fedelissimi, mentre la Costituzione resta sospesa e le minoranze religiose subiscono pogrom e persecuzioni. Eppure, ciò non ha impedito agli Stati Uniti di sdoganarlo come possibile garante di stabilità regionale.
La Siria, ancora formalmente inserita nella lista americana degli “Stati sponsor del terrorismo”, è prossima a esserne rimossa. Trump ha spinto per l’annullamento delle ultime sanzioni e l’apertura di una base militare a sud di Damasco, con la motivazione di “proteggerla” da Israele. Una mossa che rovescia le logiche della vecchia dottrina americana e apre un inedito triangolo geopolitico tra Washington, Ankara e Mosca.
Dal jihad alla Casa Bianca
Il percorso personale di Ahmad al-Sharaa è costellato di ombre. Ex prigioniero a Camp Bucca – la stessa struttura in cui fu detenuto Abu Bakr al-Baghdadi – al-Sharaa si era progressivamente staccato dallo Stato Islamico nel 2013 e, tre anni più tardi, anche da Al Qaeda. La sua ascesa, sostenuta dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, è stata rapida e brutale: le milizie filo-turche che occupano il nord della Siria hanno favorito la presa del potere a Damasco durante l’inverno 2024.
Oggi il nuovo leader siriano si presenta come un “riformato”, un islamista pragmatico che, pur restando salafita dichiarato, dialoga con gli Stati Uniti e perfino con il Vaticano. Si parla infatti di una possibile visita in Vaticano, forte dei rapporti relativamente distesi con le comunità cristiane di Idlib.
Washington, dopo anni di distacco, ha ribaltato la propria strategia regionale. Se durante il primo mandato Trump predicava la ritirata dalle “guerre infinite”, ora sceglie di tornare protagonista, spinto da Arabia Saudita, Emirati e Giordania. Le monarchie del Golfo, pur firmatarie del Patto di Abramo, temono l’espansione militare israeliana e preferiscono una Siria sotto controllo americano piuttosto che ostile o alleata di Teheran.
Israele isolato e furioso
Il nuovo corso siriano mette in allarme Tel Aviv. Israele, che dal 1967 occupa le alture del Golan, considera al-Sharaa un nemico potenziale e un traditore dell’equilibrio regionale. I suoi raid contro installazioni militari siriane non si sono fermati, ma la creazione di una base americana nei pressi di Damasco costringe Netanyahu a muoversi con cautela.
L’errore strategico del premier israeliano – il bombardamento su Doha, alleato chiave degli Stati Uniti – ha incrinato i rapporti con Trump, più attento a difendere i suoi clienti arabi che gli interessi dello Stato ebraico. La Casa Bianca ora manda un messaggio chiaro: la supremazia israeliana nella regione non è più illimitata.
Intanto, la Siria tenta di uscire dall’isolamento. Washington ha chiesto all’ONU di sospendere le sanzioni per favorire la cooperazione in materia di sicurezza e ricostruzione. In cambio, Damasco offre stabilità, intelligence e contenimento delle milizie filo-iraniane. Una transazione morale e politica che molti osservatori definiscono un vero e proprio lavaggio di reputazione per l’ex jihadista, ora legittimato come partner nel nuovo equilibrio mediorientale.
La domanda resta aperta: Al-Sharaa è davvero un leader “riformato” o soltanto il più abile dei riciclati? In un Medio Oriente dove perfino i crimini di guerra non impediscono di stringere mani e firmare accordi, la risposta sembra irrilevante. Conta solo l’utilità del momento.

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