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Siria, i conti sbagliati e il ritorno dell’ISIS

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L’attacco di Palmira riporta alla luce le fragilità della Siria post-bellica. Tra milizie jihadiste riciclate, curdi sotto pressione e un leader “normalizzato” dall’Occidente, la scommessa su Sharaa rischia di alimentare nuovo caos e il ritorno dell’ISIS.

Siria, l’illusione del dopo-guerra e i conti sbagliati dell’Occidente

L’attacco di Palmira contro la presenza statunitense — due soldati americani e un interprete uccisi, altri militari feriti — ha avuto l’effetto di una doccia fredda su una narrazione che a Washington e Bruxelles stava prendendo una piega fin troppo ottimistica.

La Siria “post-bellica”, affidata a un nuovo uomo forte presentato come interlocutore affidabile, torna improvvisamente a mostrarsi per ciò che è: un Paese formalmente uscito dalla guerra civile, ma ancora attraversato da fratture settarie, milizie incontrollate e una violenza strutturale che nessun cambio di leadership ha realmente sanato.

L’attentato, attribuito dagli Stati Uniti a un affiliato dell’ISIS, non è solo un episodio di terrorismo residuale. È un segnale politico. E come spesso accade in Medio Oriente, i segnali arrivano quando si preferirebbe non leggerli.

Una Siria frantumata, non pacificata

La Siria guidata da Ahmed al-Sharaa si regge su un equilibrio fragile, costruito più su convenienze esterne che su una reale ricomposizione interna. Il nuovo presidente, ex figura di primo piano del jihadismo sunnita, viene oggi presentato come un leader “responsabile”, convertito alla stabilità e al buon governo. Un fondamentalista, si potrebbe dire, in abito istituzionale. Il problema non è tanto la narrazione, quanto la realtà che questa narrazione tenta di coprire.

Il Paese è ormai profondamente tribalizzato. Le linee di frattura non sono solo politiche, ma etniche e religiose. I curdi nel Nord-Est, protetti dagli Stati Uniti e custodi di territori ricchi di petrolio, non hanno alcuna intenzione di consegnare le armi a un potere centrale che percepiscono come ostile e sotto influenza turca. Gli alawiti, legati all’asse sciita e all’Iran, osservano con sospetto il nuovo corso. I cristiani sopravvivono in enclave sparse, mentre i drusi, concentrati in aree strategiche tra il Golan e Damasco, sono diventati improvvisamente “protetti” di Israele, dettaglio che non contribuisce certo alla stabilità regionale.

E così, Sharaa deve anche tenere a bada le proprie milizie, spesso inclini a regolamenti di conti settari e rappresaglie brutali. La promessa di uno Stato unitario e disciplinato si scontra quotidianamente con una realtà di poteri armati autonomi e fedeltà intermittenti.

La scommessa occidentale su Sharaa

Nonostante tutto questo, Stati Uniti ed Europa hanno deciso di concedere al nuovo leader siriano una sorta di certificazione preventiva di affidabilità democratica. Una “patente” politica rilasciata in nome del principio, sempreverde, secondo cui il nemico del mio nemico può diventare un partner presentabile. Diritti umani, inclusività, riconciliazione nazionale: temi improvvisamente secondari, purché Sharaa contribuisca a ridimensionare l’influenza russa e iraniana nella regione.

L’attacco di Palmira, però, ha incrinato questa fiducia. Le informazioni emerse sono tutt’altro che rassicuranti: secondo fonti ufficiali, l’attentatore faceva parte delle stesse forze di sicurezza siriane e sarebbe stato allontanato per radicalismo islamista solo il giorno successivo. Altri sospetti sono stati arrestati con il supporto della coalizione internazionale, ma le ricostruzioni restano contraddittorie.

Le forze di Sharaa, sono un assemblaggio eterogeneo di ex combattenti jihadisti, molti dei quali non hanno mai realmente rinunciato all’ideologia dell’ISIS o di al-Qaeda. Non è un dettaglio marginale: centinaia di miliziani dello Stato Islamico, fuggiti dopo la caduta di Raqqah, si sono riciclati nelle file di Hayat Tahrir al-Sham, il movimento guidato dallo stesso Sharaa.

Qui entra in gioco il nodo curdo. Le Forze Democratiche Siriane, pilastro della lotta all’ISIS dal 2014, rappresentano ancora oggi uno dei pochi argini credibili alla rinascita del jihadismo armato. L’idea di scioglierle o marginalizzarle, magari in nome di un’integrazione simbolica nell’esercito di Damasco, appare a molti osservatori come un errore strategico grave.

La domanda finale è inevitabile: davvero a Washington e Bruxelles si pensa di poter controllare l’evoluzione di un potere nato dal jihad semplicemente finanziandolo e legittimandolo? L’attacco di Palmira suggerisce una risposta scomoda. Ma ignorarla, come spesso accade, è sempre più facile che affrontarne le conseguenze.

 

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