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Seymour Hersh, il noto giornalista americano, già vincitore del Premio Pulitzer, in un suo recente articolo, collega l’escalation israeliana in Libano all’ascesa della popolarità di Netanyahu dopo la lunga crisi che lo aveva coinvolto.
Seymour Hersh: “Così la guerra a Hezbollah ha salvato Netanyahu”
Hersh in un articolo pubblicato su Inside Over analizza l’evoluzione della crisi in Medio Oriente, con le dinamiche interne in Israele e Gaza, concentrandosi in particolare sul primo ministro Benjamin Netanyahu.
Il giornalista paragona la situazione attuale alla famosa frase dell’ammiraglio Ernest King: “Quando sarà fintia, fagli sapere chi ha vinto” sottolineando come il premier israeliano abbia ripreso prestigio dopo un periodo di difficoltà.
Secondo un funzionario americano, la guerra a Gaza – nonostante i numeri terrifivcanti del massacro a cui è sottoposta la popolazione palestinese e le difficoltà persistenti per l’IDF, si è andata a incanale in un binario favorevole a Israele, e ora ci si sta concentrando sulla minaccia di Hezbollah in Libano, segnalando che non vi è più necessità di un cessate il fuoco nella Striscia.
Scrive Hersh: “I discorsi sul cessate il fuoco sono stati messi a tacere perché, ovviamente, ora c’è una nuova guerra israeliana contro le milizie di Hezbollah in Libano. In mezzo alla continua carneficina, il prestigio di Bibi all’interno di Israele è salito vertiginosamente come il bilancio delle vittime in Libano è aumentato”, collegando l’escalation militare israeliana all’ascesa della popolarità di Netanyahu.
Secondo il giornalista, l’alto comando israeliano è convinto che anche il nuovo leader di Hamas, Yahya Sinwar, possa essere morto, e che le forze israeliane si trovino ora nella fase finale della “guerra dei tunnel”.
Dunque niente più problemi mediatici per il genocidio, le vittime civile, le bombe su scuole, ospedali e sfollati. Tutto questo sembra un pallido ricordo: guardando all’Iran, e a una guerra totale purificatrice nello scacchiere arabo-israeliano, Netanyahu sta facendo strame dell’ordine internazionale per consolidare il suo potere.
Hersh conclude con l’affermazione di un funzionario americano: “Un nuovo giorno non arriverà mai in Medio Oriente”.

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