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Settanta bombe per ricordare chi comanda: la guerra infinita degli Usa in Siria

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Gli Usa del ‘pacifista’ Trump tornano a colpire l’Isis in Siria con oltre 70 raid come ritorsione per l’attacco di Palmira. Tra retorica antiterrorismo e dimostrazione di forza, Washington conferma una guerra permanente che non risolve il conflitto né stabilizza il Paese.

La guerra infinita degli Usa in Siria

Gli Stati Uniti tornano a bombardare la Siria con una coreografia militare ormai rodata: comunicati solenni, numeri impressionanti, dichiarazioni muscolari. Oltre settanta obiettivi dell’Isis colpiti in una sola notte, cinque miliziani uccisi — tra cui un capo di cellula specializzato nell’uso di droni — e una promessa ribadita da Donad Trump: la caccia al terrorismo non conoscerà tregua. Il linguaggio è quello consueto dell’antiterrorismo globale, dove la potenza di fuoco sostituisce il contesto e la ripetizione diventa legittimazione.

L’operazione, condotta dal Comando centrale americano con il supporto delle forze armate giordane, arriva come risposta all’attacco di Palmira di una settimana prima, costato la vita a tre cittadini americani. Trump l’ha definita una “ritorsione molto seria”, affidando ai social la consueta miscela di fermezza e minaccia. Il messaggio è semplice: chi colpisce gli americani verrà colpito più duramente. Resta però aperta la domanda su cosa significhi, nel 2025, “colpire l’Isis” in Siria.

La guerra che non finisce mai

Ufficialmente l’Isis è un’organizzazione sconfitta. In realtà sopravvive in forma carsica, soprattutto nelle aree desertiche della Siria centrale, dove lo Stato è debole e le alleanze sono fluide. Washington, pur avendo ridotto la propria presenza militare sul terreno dopo la caduta di Bashar al-Assad, continua a intervenire dall’alto, con raid chirurgici e munizioni di precisione. Più di cento, secondo il Centcom, in questa sola operazione.

Il paradosso è evidente: una guerra dichiarata conclusa che richiede interventi sempre nuovi. Ogni cellula eliminata conferma implicitamente che il problema non è risolto. E ogni raid rafforza una strategia che preferisce l’azione militare alla ricostruzione politica di un Paese devastato da oltre un decennio di conflitto.

Damasco, dal canto suo, ha scelto una linea di prudente ambiguità. Nessuna condanna esplicita dei raid, ma una riaffermazione dell’impegno contro lo Stato islamico e contro l’esistenza di “rifugi sicuri” sul proprio territorio. Una dichiarazione che suona quasi come una concessione diplomatica, in un contesto in cui la sovranità siriana resta largamente teorica.

Ritorsione, deterrenza o propaganda

L’elemento più rivelatore non è tanto l’operazione militare in sé, quanto la sua messa in scena. Israele informato preventivamente, alleati regionali coinvolti, dichiarazioni presidenziali calibrate per il pubblico interno. La lotta all’Isis diventa così anche uno strumento di comunicazione politica, utile a riaffermare leadership e credibilità strategica.

Cinque morti, settanta obiettivi, cento munizioni: i numeri scorrono, ma il quadro resta immobile. L’Isis non scompare, la Siria non si stabilizza, e gli Stati Uniti continuano a esercitare una presenza armata che promette sicurezza ma produce soprattutto continuità. Una guerra a bassa intensità, permanente, che non cerca una fine ma una gestione. E che, proprio per questo, rischia di diventare la sua stessa giustificazione.

 

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