Norvegia, finta vittoria laburista: il trionfo silenzioso della Nato

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La vittoria laburista in Norvegia è segnata più dalla mano della Nato che dalla sinistra: Stoltenberg ha spostato voti, mentre restano contraddizioni enormi tra patrimoniale, petrolio e miliardi di spese militari. Un Paese diviso tra etica sociale e affari d’oro.

Norvegia: quando la vittoria “progressista” parla il linguaggio della Nato

Le elezioni norvegesi hanno consegnato la vittoria al partito laburista del premier Jonas Gahr Stoere, ma definirla un successo pieno della sinistra è azzardato. La maggioranza è stata strappata per poche manciate di seggi, dopo una campagna elettorale segnata dall’ascesa dei populisti di destra di Progress e da una forte polarizzazione.

A complicare ulteriormente il quadro, c’è l’ingombrante presenza di Jens Stoltenberg, ex segretario generale della Nato e oggi ministro delle Finanze. Un uomo che incarna più la linea dell’Alleanza atlantica che le tradizioni socialdemocratiche nordiche.

Il Labour ha difeso con energia l’imposta patrimoniale, un pilastro storico della politica fiscale norvegese, riuscendo a resistere alla pressione dei conservatori e alla campagna martellante contro la tassazione. Ma senza l’intervento di Stoltenberg, dicono i sondaggisti, i numeri non avrebbero retto.

Sarebbe stato lui a spostare fino al 10% dell’elettorato, giocando sulla percezione di sicurezza e continuità in un Paese che confina con la Russia artica e che vive con crescente apprensione l’evolversi della guerra in Ucraina.

Nato, petrolio e patrimoniale: il triangolo delle contraddizioni

L’alleanza tra Stoere e Stoltenberg ha dato respiro al governo, ma il prezzo politico è alto. L’aver legato le sorti della sinistra norvegese alla figura più atlantista e militarista del Paese rischia di snaturare la stessa identità del Labour. Un “patto faustiano”, come lo hanno definito alcuni analisti, in cui la sinistra cede anima e autonomia in cambio di una fragile sopravvivenza.

La retorica progressista convive con una realtà fatta di spese militari record: oltre dieci miliardi di dollari per nuove navi lanciamissili acquistate dal Regno Unito, mentre il bilancio della difesa continua a lievitare. Una contraddizione che richiama l’immagine paradossale di “Dracula presidente onorario dell’Avis”: un ex segretario Nato chiamato a gestire le finanze di un Paese che si proclama pacifico e sociale.

A ciò si aggiunge il peso del colossale fondo sovrano da 2.000 miliardi di dollari, alimentato da gas e petrolio del Mare del Nord. La Norvegia si presenta come paladina della sostenibilità ambientale, ma il suo benessere si regge ancora sugli idrocarburi, venduti a un’Europa rimasta senza energia russa. Una rendita che stride con le ambizioni ecologiste e che viene gestita con logiche non sempre coerenti: basti pensare agli investimenti del fondo in società israeliane, interrotti in tutta fretta dopo le polemiche per la guerra a Gaza.

Giovani, tasse e la frattura generazionale

Un altro nodo cruciale riguarda la patrimoniale. Per oltre un secolo considerata sacra, oggi è diventata un tema altamente divisivo. I giovani imprenditori e gli influencer digitali l’hanno descritta come una tassa anacronistica che soffoca le start-up e spinge i capitali a fuggire. La campagna martellante sul web ha intercettato il malcontento generazionale, alimentando il successo dei populisti di Progress.

Il Labour, dal canto suo, ha insistito sulla necessità di mantenerla, sostenendo che abolirla significherebbe rinunciare a oltre 34 miliardi di corone l’anno. Una cifra enorme, che rischierebbe di destabilizzare le finanze pubbliche. Ma la questione resta aperta e potrebbe esplodere nuovamente, alimentando la spaccatura tra un elettorato giovane insofferente e una classe dirigente che si affida ancora a ricette del passato.

Un Paese sospeso tra etica e affari

La Norvegia appare oggi come un Paese in bilico: predica solidarietà e diritti, ma continua a fare affari d’oro con energia e armamenti; si proclama verde, ma resta legata al petrolio; difende la giustizia sociale, ma si affida a un uomo della Nato per sopravvivere politicamente.

L’immagine evocata da Vespasiano e dalla sua celebre frase pecunia non olet sembra calzare alla perfezione: il denaro non puzza, nemmeno quando proviene dal petrolio, dalle armi o da investimenti controversi. È questa la contraddizione che i norvegesi dovranno affrontare nei prossimi anni, insieme al timore di un conflitto che, almeno secondo il 59% degli intervistati, potrebbe scoppiare entro un decennio in Europa.

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