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Israele prosegue gli attacchi contro i palestinesi, in un massacro unilaterale definito impropriamente guerra. La sproporzione è evidente: un popolo oppresso e un governo che ostenta violenza. L’Europa, invece di condannare, legittima questa politica con pragmatismo cinico.
Cos’altro deve accadere a Gaza per smuovere l’Europa?
L’offensiva militare di Israele contro i palestinesi prosegue senza tregua, come se fosse diventata parte della quotidianità. Definire questi attacchi come una guerra è una pericolosa semplificazione: si tratta piuttosto di un massacro senza proporzioni, un genocidio sistematico che si consuma sotto gli occhi del mondo.
Le forze di occupazione israeliane, giunte al 587° giorno dall’inizio della ‘crisi’, hanno continuato la loro guerra sterminatrice sulla Striscia di Gaza per il 59° giorno consecutivo dopo aver posto fine unilateralmente al cessate il fuoco, sostenuti politicamente e militarmente dagli Stati Uniti.
Decine di attacchi aerei e raffiche di artiglieria hanno colpito tutto il territorio, prendendo di mira case, tende e rifugi civili. Si tratta di una campagna sistematica di sterminio contro la popolazione civile.
Secondo fonti mediche, a partire dall’alba di oggi, sono già 80 i palestinesi uccisi nel corso degli incessanti attacchi israeliani.
Cos’altro deve accadere a Gaza perchè il mondo smetta di fare calcoli su convenienze e strategie, e si decida a fermare la follia sterminatrice?
L’ossessione di richiamare il 7 ottobre come giustificazione è una narrazione artificiosa. La violenza contro il popolo palestinese non è iniziata quel giorno, e chi tenta di farne un punto di svolta storico ignora anni di soprusi e occupazione. Ancor più grave è la retorica della simmetria tra le parti: è una costruzione ideologica che svilisce la gravità della situazione e distorce la percezione della realtà.
La realtà è che il conflitto è drammaticamente squilibrato. Da una parte, un popolo oppresso che subisce bombardamenti indiscriminati e violenze continue; dall’altra, un governo che agisce senza limiti morali, con la certezza dell’impunità internazionale. Non si tratta solo di una deriva politica: qui emerge una volontà di sopraffazione, alimentata da un’ideologia che non ammette compromessi.
Quello che sconcerta è l’ostentazione della violenza, mostrata come simbolo di forza e potere, senza il minimo pudore. Non si cerca di occultare i crimini: al contrario, vengono esibiti come dimostrazione della supremazia israeliana. È una crudeltà che non si preoccupa nemmeno di mascherarsi dietro giustificazioni etiche.
Questo atteggiamento si radica in un razzismo profondo, che non ha bisogno di teorie complesse o giustificazioni storiche. È il puro esercizio del dominio, che si nutre della complicità occidentale.
L’Europa, invece di denunciare l’ingiustizia, preferisce coprire e legittimare questa politica aggressiva. Leader come Kaja Kallas e la Commissione Europea adottano un pragmatismo cinico, che di fatto legittima il massacro, trasformando l’Occidente in un alleato silente di una violenza senza confini.

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