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Netanyahu al processo per corruzione: ‘Qui comando io’

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Netanyahu si presenta in aula assieme al premier del Paraguai e trasforma il tribunale in un palcoscenico politico e ottiene l’accorciamento dell’udienza del suo processo per corruzione. La sua agenda internazionale non può essere disturbata da un processo, questo vuol ribadire “Bibi”. Un episodio che rivela lo stato di tensione della democrazia israeliana.

Quando il premier detta l’orario ai giudici

C’è qualcosa di profondamente rivelatore in ciò che è accaduto al Tribunale distrettuale di Tel Aviv durante l’ennesima udienza del processo per corruzione a carico di Benjamin Netanyahu. Non un colpo di scena giudiziario in senso stretto, ma una messinscena politica che dice molto sullo stato dei rapporti di forza in Israele e, soprattutto, sulla tenuta della separazione dei poteri.

Quando un primo ministro sotto processo trasforma l’aula di giustizia in un’appendice della propria agenda diplomatica, il problema non è più la singola udienza: è il sistema.

Netanyahu aveva chiesto il rinvio della testimonianza, richiesta respinta dai giudici. A quel punto ha deciso di “dimostrare” l’inderogabilità dei suoi impegni portando fisicamente in tribunale il presidente del Parlamento paraguaiano, Raúl Latorre, accompagnato dal presidente della Knesset Amir Ohana.

Un gesto plateale, accuratamente calcolato, che ha prodotto l’effetto desiderato: l’udienza è stata accorciata. Il messaggio, più che ai giudici, è arrivato all’opinione pubblica: il tempo del premier vale più di quello della giustizia.

Il potere che piega il rito

La cronaca, riportata con precisione da Times of Israel e Haaretz, racconta di un Netanyahu irritato, insofferente, deciso a ribadire che la sua agenda internazionale non può essere intralciata da un processo penale. Dopo ulteriori pressioni, i giudici hanno accettato di interrompere l’udienza prima del previsto. Non una cancellazione, certo, ma una concessione sufficiente a confermare una sensazione diffusa: quando il potere insiste, il diritto si adatta.

Fuori dall’aula, Latorre ha poi completato il quadro elogiando Netanyahu come “uno dei grandi leader del mondo libero”. Un’espressione che, detta nel cortile di un tribunale dove quel leader è imputato per corruzione, assume un valore quasi ironico. Libertà, in questo caso, sembra significare libertà di rinviare, di spostare, di negoziare persino il calendario della giustizia.

I tre casi e un’unica questione politica

Il processo a Netanyahu non è un dettaglio marginale della vita pubblica israeliana. I tre filoni — il caso 1000 sui regali di lusso ricevuti da uomini d’affari, il caso 2000 sul presunto scambio di favori con un editore e il caso 4000 sull’intreccio tra decisioni regolatorie e copertura mediatica favorevole — disegnano un quadro coerente di commistione tra potere politico, interessi economici e informazione.

Le indagini sono iniziate nel 2017, il processo nel 2020, oltre 300 testimoni sono già stati ascoltati. Netanyahu ha tentato la via dell’immunità parlamentare, senza successo, e ha perfino incassato il sostegno di Donald Trump per una grazia che, al momento, resta solo un auspicio politico. Nel frattempo, ha già annunciato l’intenzione di ricandidarsi alle elezioni del 2026, promettendo di “seppellire” definitivamente la soluzione dei due Stati.

Il punto, dunque, non è se Netanyahu riuscirà a evitare una condanna. Il punto è che il processo stesso è diventato terreno di scontro politico, strumento di legittimazione e prova di forza. Quando un imputato può piegare il tempo della giustizia alla propria agenda, la domanda non riguarda più la sua colpevolezza o innocenza, ma lo stato reale della democrazia che lo giudica.

 

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