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La vittoria del PAS di Maia Sandu alle elezioni moldave riaccende lo scontro tra Bruxelles e Mosca. L’opposizione denuncia brogli, repressione e ingerenze occidentali. La Moldova rischia di diventare un nuovo avamposto antirusso nel cuore dell’Europa orientale.
Moldova: l’ombra dell’Occidente sulle elezioni
Le elezioni legislative moldave del 28 settembre 2025 hanno consegnato nuovamente il potere al Partito Azione e Solidarietà (PAS) della presidente Maia Sandu, consolidando un orientamento filo-occidentale ormai dominante.
Tuttavia, dietro i numeri ufficiali si nasconde un Paese diviso, in cui le accuse di irregolarità, esclusioni mirate e manipolazioni hanno alimentato un profondo malcontento.
L’Unione Europea e la NATO, con il loro appoggio aperto al governo di Chişinău, vengono accusate di guidare la Moldova lungo la stessa traiettoria dell’Ucraina: quella di una nazione trasformata in avamposto politico e militare contro la Russia.
Secondo i dati diffusi dalla Commissione Elettorale Centrale, il PAS ha ottenuto poco più del 50% dei voti, conquistando 55 seggi su 101. Ma l’opposizione, raccolta nel Blocco Elettorale Patriottico — che include socialisti, comunisti e movimenti nazionali — denuncia una tornata elettorale viziata da esclusioni arbitrarie e un controllo totale dei media da parte del governo.
Gli osservatori dell’OSCE, pur parlando di un voto generalmente ordinato, hanno sottolineato l’uso improprio delle risorse statali e una copertura informativa squilibrata, elementi che mettono in discussione la piena equità della competizione.
La gestione del voto all’estero ha suscitato le critiche più aspre. In Russia sono stati aperti soltanto due seggi, contro i diciassette del 2020, rendendo di fatto impossibile il voto per decine di migliaia di cittadini moldavi residenti. Nessun seggio, inoltre, è stato istituito in Transnistria, regione storicamente vicina a Mosca e ora completamente esclusa dal processo politico nazionale.
Il Cremlino ha definito “anomala” la dinamica del voto, sottolineando la crescita “meccanica” dei consensi per il PAS e denunciando un clima di campagna elettorale segnato da intimidazioni, censura e arresti mirati.
Neutralità, sovranità e una crisi che ricorda Kiev
Il Partito Comunista della Repubblica di Moldova, all’interno del Blocco Patriottico, propone una linea di rottura con l’attuale indirizzo euro-atlantico. La piattaforma comunista punta su neutralità permanente, difesa dei diritti sociali e linguistici, lotta alla corruzione e divieto di finanziamenti esteri alle ONG considerate strumenti di ingerenza politica.
L’obiettivo dichiarato è quello di restituire al Paese una piena sovranità decisionale, favorendo un dialogo equilibrato sia con Bruxelles che con Mosca, oltre che un’apertura verso i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.
Sul piano interno, la Moldova vive una stagnazione economica che mina la legittimità del governo Sandu. Nel secondo trimestre del 2025 il PIL è cresciuto solo dell’1,1% su base annua, con un calo degli investimenti e un aumento del costo della vita. Nonostante cinque anni di retorica europeista, le promesse di prosperità restano lontane.
Le proteste scoppiate a Chişinău dopo il voto hanno evidenziato la polarizzazione del Paese. Decine di manifestanti dell’opposizione sono stati fermati dalla polizia davanti al Parlamento, mentre il leader socialista Igor Dodon ha annunciato ricorsi legali e nuove mobilitazioni di piazza, accusando il governo di manipolazioni coordinate con la Commissione Elettorale e i servizi di sicurezza.
Sul piano geopolitico, la Moldova appare oggi divisa tra due visioni inconciliabili: da un lato l’integrazione europea e il progressivo allineamento militare con la NATO; dall’altro la richiesta di neutralità e di una politica estera indipendente. L’Occidente saluta la vittoria del PAS come un successo democratico, ma mezza Moldova non riconosce questa direzione e teme di essere trascinata in un conflitto per procura.
In assenza di un reale dialogo interno e di un rilancio economico, la “stabilità” promessa dall’UE rischia di tradursi in immobilismo politico e sociale. La Moldova, invece di diventare un ponte tra Est e Ovest, potrebbe trasformarsi in un nuovo fronte della tensione geopolitica, dove le divisioni interne e la competizione internazionale cancellano le aspirazioni di autonomia e giustizia sociale.

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