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Mattarella, parlando della Sumud Flotilla, ha finito per legittimare il blocco israeliano su Gaza, in contrasto con il diritto internazionale. Un’occasione persa per denunciare l’illegalità dell’assedio e difendere i diritti del popolo palestinese.
Mattarella e la Sumud Flotilla: quando il silenzio sarebbe stato più eloquente
Il commento – tardivo- del presidente Sergio Mattarella sulla missione della Sumud Flotilla, la spedizione civile diretta verso Gaza con l’obiettivo di rompere l’assedio e portare aiuti umanitari, ha sollevato perplessità e critiche. Invece di sottolineare l’illegalità del blocco imposto da Israele, il Capo dello Stato ha finito per avallare implicitamente le pretese di Tel Aviv, alimentando la narrazione israeliana secondo cui le acque antistanti la Striscia apparterrebbero a Israele.
Il presidente ha elogiato l’iniziativa umanitaria – e ci mancherebbe – ma ha chiesto di non forzare il blocco israeliano, proponendo invece una mediazione istituzionale: “Mi permetto di rivolgere con particolare intensità un appello alle donne e agli uomini della Flotilla perché raccolgano la disponibilità offerta dal Patriarcato Latino di Gerusalemme … di svolgere il compito di consegnare in sicurezza quel che la solidarietà ha destinato a bambini, donne, uomini di Gaza.”
Eppure, la realtà del diritto internazionale marittimo è chiara: nessun trattato attribuisce a Israele la giurisdizione sulle acque di Gaza. La chiusura dei mari, il divieto di pesca e l’interdizione agli aiuti umanitari costituiscono violazioni dirette delle norme internazionali, nonché una condanna a morte lenta per la popolazione civile palestinese.
Dunque, sarebbe stato più autorevole se il presidente avesse scelto la via del silenzio, o ancor meglio, la via della chiarezza, ribadendo ciò che giuristi e organizzazioni internazionali riconoscono da anni: il blocco è illegittimo.
Il gioco delle legittimazioni
Il nodo centrale della vicenda è proprio la legittimazione. Dichiarando che la Sumud Flotilla rischiava uno scontro con la marina israeliana, Mattarella ha trasmesso l’idea che Israele abbia un diritto di controllo che in realtà non possiede. In tal modo, le rivendicazioni del governo guidato da Netanyahu, sostenuto da figure criminali come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, appaiono quasi “normalizzate”.
Il paradosso è evidente: mentre attivisti internazionali tentano di rompere un assedio che priva i palestinesi di cibo, acqua ed energia, la massima carica dello Stato italiano si limita a richiamare alla prudenza, senza denunciare la violazione sistematica dei diritti umani in corso. Questo atteggiamento, lungi dall’essere neutrale, è una sorta di complicità passiva.
Non si tratta soltanto di una questione politica o diplomatica, ma di un principio morale. Altre figure istituzionali in Europa hanno avuto il coraggio di dichiarare apertamente l’illegittimità del blocco e di chiedere a Israele di rispettare le convenzioni internazionali.
L’Italia, al contrario, attraverso le parole del suo presidente, ha scelto una via accomodante, che pesa come un macigno sulla credibilità del nostro Paese nel Mediterraneo e nel mondo arabo.
L’attacco alle imbarcazioni della Sumud Flotilla non sarebbe solo un atto politico ostile, ma una violazione diretta del diritto internazionale, esattamente come accadde nel 2010 con l’assalto alla Mavi Marmara. Ogni nave battente bandiera di un Paese straniero gode infatti della protezione prevista dalle convenzioni marittime, e nessuno Stato può rivendicarne arbitrariamente il sequestro in acque internazionali.
Il problema non è dunque la flotilla, ma l’assedio. Il blocco navale imposto da Israele non è stato riconosciuto da alcuna risoluzione delle Nazioni Unite, ed è considerato illegale dalla maggioranza della comunità giuridica internazionale. A Gaza, oltre due milioni di persone sopravvivono sotto embargo, private persino della possibilità di pescare nelle proprie acque.
L’intervento del presidente Mattarella, anziché difendere il principio di legalità, ha contribuito a rafforzare la narrazione di chi viola quotidianamente il diritto internazionale.

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