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Il rinnovo silenzioso del memorandum Italia-Libia rivela la vera posta in gioco: petrolio, controllo militare e impunità diplomatica. Tra esercitazioni con le milizie e il rimpatrio del torturatore Almasri, Roma consolida il suo ruolo nel caos libico.
Libia, il ritorno del memorandum: unità a ogni costo
L’Italia torna a stringere i legami con la Libia, ufficialmente nel nome della “stabilità” e dell’unità nazionale. È la formula che il governo ripete come un mantra: “lavoriamo per un’unica Libia”. Dietro la retorica dell’unità, tuttavia, si cela una realtà molto più prosaica. L’obiettivo politico, economico e militare è mantenere il controllo su un’area strategica del Mediterraneo, dove l’Eni — e con essa gli interessi energetici italiani — continua a esercitare un’influenza decisiva.
La divisione tra Tripolitania e Cirenaica, aggravata da una costellazione di milizie e centri di potere locali, non è certo un ostacolo per chi mira a gestire la Libia come un mosaico di alleanze funzionali. “Unità a ogni costo” significa in pratica piegare la geopolitica alle esigenze del mercato. La National Oil Corporation libica ha annunciato la ripresa delle attività di esplorazione offshore da parte dell’Eni dopo cinque anni di inattività: un segnale eloquente di come la cooperazione economica preceda quella politica.
Nel frattempo, il rinnovo tacito del memorandum Italia-Libia del 2017 conferma una continuità che pochi osano contestare apertamente. Roma è “pienamente operativa” — ma in che modo?
Addestramenti, alleanze e zone d’ombra
La risposta arriva dal fronte militare. Nella primavera del 2026 si terranno a Sirte le esercitazioni “Flintlock 26”, organizzate dal comando statunitense Africom e aperte, per la prima volta, alla partecipazione congiunta dei due governi libici. A fianco degli Stati Uniti ci sarà anche l’Italia, tramite il proprio Comando Operazioni Speciali, impegnato in missioni che comprendono Mauritania e Costa d’Avorio. Ufficialmente, si tratta di addestramenti per il contrasto al terrorismo. In realtà, si profila una nuova fase di penetrazione occidentale nel quadrante libico, camuffata da cooperazione multilaterale.
“La leadership italiana è cruciale per il successo dell’operazione”, ha dichiarato il generale John Brennan di Africom, riconoscendo apertamente il ruolo di Roma come mediatore strategico. Ma il vero teatro delle operazioni si trova altrove: tra basi militari, accordi energetici e silenzi diplomatici.
Ne sono prova le immagini dei miliziani libici — appartenenti alle forze speciali Saiqa e alla Brigata 155 di Khalifa Haftar — addestrati in Italia tra Pisa e Capo Teulada. Parallelamente, a Misurata, il figlio di Haftar ha riunito ufficiali dell’Est e dell’Ovest per creare una “forza nazionale unificata” con il sostegno, diretto o indiretto, di Roma. Ufficialmente destinata alla lotta contro il terrorismo e l’immigrazione illegale, questa struttura rischia di diventare uno strumento per rafforzare il controllo delle milizie alleate.
Il caso Almasri e le ombre del memorandum
Sul fondo di questo scenario si staglia il caso simbolico di Abdullah Almasri, miliziano noto per le torture inflitte ai migranti, arrestato in Italia e poi rimpatriato con un volo di Stato. Nessuna spiegazione ufficiale, nessuna indagine trasparente: solo un silenzio assordante. Un episodio che illustra, meglio di mille discorsi, la sostanza del rinnovato memorandum.
Al contempo, si registrano tensioni economiche: il congelamento dei conti bancari dell’ambasciata libica a Roma da parte di Unicredit, durato pochi giorni e risolto con sorprendente rapidità, dimostra quanto la tutela diplomatica continui a prevalere sulle regole. Tutto, in questa rete di relazioni, appare subordinato alla ragion di Stato — o meglio, alla ragion d’affari.
Sul piano simbolico, non manca la beffa: la fase finale del campionato di calcio libico si è disputata in Lombardia tra caos organizzativo, alberghi non pagati e risse fuori campo. Episodi minori, ma rivelatori di un clima di impunità e opacità.
Il filo rosso che unisce tutto — dai contratti petroliferi ai voli di Stato per i torturatori — è uno solo: non disturbare il manovratore. Il memorandum Italia-Libia del 2025 è la prosecuzione, più raffinata e meno visibile, di quello del 2017. E il messaggio resta invariato: lasciar fare, purché il flusso di petrolio e di migranti resti sotto controllo.

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