La Tanzania di Samia Hassan: tra consenso forzato e sovranità in bilico

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La rielezione di Samia Suluhu Hassan in Tanzania, ottenuta con il 98% dei voti e senza vere opposizioni, apre interrogativi sulla deriva autoritaria del Paese. Tra tensioni interne e pressioni esterne, il governo cerca di bilanciare stabilità e sovranità.

La Tanzania al bivio tra stabilità e chiusura politica

Le elezioni generali del 29 ottobre hanno confermato Samia Suluhu Hassan alla presidenza della Tanzania con un risultato che sfiora il plebiscito: quasi il 98% dei voti per il Chama Cha Mapinduzi (CCM), il partito che guida il Paese sin dall’indipendenza.

Un consenso così ampio, tuttavia, racconta più la forza dell’apparato statale che una reale competizione democratica. L’esclusione dei principali partiti d’opposizione – Chadema e ACT-Wazalendo – ha infatti svuotato il processo elettorale del suo contenuto politico, trasformandolo in una procedura formalmente corretta ma sostanzialmente priva di contendibilità.

Le tensioni esplose a Dar es Salaam, Mbeya e Tunduma segnalano che, dietro l’apparente calma istituzionale, la società civile tanzaniana avverte un crescente scollamento tra autorità e cittadini. Le accuse di irregolarità, unite all’arresto del leader del Chadema, Tundu Lissu, per “tradimento”, hanno alimentato un clima di sfiducia che minaccia di erodere la legittimità stessa del potere di Hassan.

Dall’apertura al controllo: l’evoluzione del potere di Hassan

Ascesa al potere nel 2021 dopo la morte di John Magufuli, Samia Suluhu Hassan aveva inizialmente dato segnali di discontinuità. Aveva riaperto lo spazio politico, riabilitato i comizi pubblici e riallacciato i rapporti con la comunità internazionale, aderendo al programma COVAX e sostenendo la campagna vaccinale. Parallelamente, aveva mantenuto la linea infrastrutturale del suo predecessore: grandi progetti ferroviari, elettrificazione rurale, valorizzazione del turismo e sfruttamento dei minerali strategici.

Con l’avvicinarsi delle elezioni, però, la presidente ha progressivamente ristretto il margine di libertà politica. La riforma elettorale, presentata come un passo verso la trasparenza grazie all’introduzione di verifiche biometriche, è stata percepita come uno strumento di controllo. Le esclusioni di candidati per cavilli procedurali – dalla mancata firma di un codice di condotta a presunte irregolarità nelle primarie – hanno rafforzato l’idea di un voto calibrato per garantire la continuità del potere.

Questo irrigidimento si inserisce in una cornice economica apparentemente positiva ma fragile. Sebbene l’inflazione resti contenuta e la crescita stabile, quasi metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà. I giovani, in particolare, non trovano sbocchi occupazionali adeguati, mentre la gestione dei conflitti tra sviluppo e tutela ambientale – come nel caso degli sgomberi dei villaggi maasai – ha alimentato tensioni con la società civile e con i donatori internazionali.

Equilibri globali e sovranità nazionale

Sul piano geopolitico, la Tanzania continua a muoversi con cautela tra le due potenze globali che ne contendono l’influenza: Stati Uniti e Cina. Washington mantiene con Dodoma una cooperazione strutturata nei settori dello sviluppo, della salute e della governance, ma guarda con crescente diffidenza alla presenza cinese, dominante nei progetti infrastrutturali e minerari.

La recente decisione del governo di vietare la partecipazione di cittadini stranieri in quindici settori economici strategici – dal commercio al turismo – è stata letta come un atto di difesa della sovranità economica, ma ha anche inasprito le tensioni con le multinazionali occidentali. In parallelo, il blocco temporaneo dei social media durante le proteste ha evocato scenari di “rivolte digitali” manipolate dall’esterno, alimentando sospetti su possibili interferenze straniere.

Nonostante le criticità, la Tanzania resta un caso peculiare di “autoritarismo competitivo”: un sistema dove esistono elezioni, partiti e campagne, ma l’equilibrio rimane saldamente orientato a favore del partito-Stato. Gli osservatori internazionali indicano come esempio la gestione più pluralista di Zanzibar, dove il partito al governo collabora con ACT-Wazalendo in un esperimento di coabitazione politica che, almeno in parte, attenua le derive autoritarie.

 

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