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Israele, nasce Yachad: Bennett e Lapid contro Netanyahu. Ma sulla Palestina nulla cambia: stessa linea dura, nessuna concessione, continuità militare. Cambia la faccia del potere, non la politica.
Israele: nuova coalizione, stessa politica
Il 26 aprile 2026 Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato ufficialmente la nascita della lista “Yachad” (“Insieme”). L’obiettivo dichiarato è esplicito: costruire un’alternativa a Benjamin Netanyahu e al suo blocco di destra.
L’operazione viene presentata come una svolta ma si tratta di una ricomposizione già vista, non di una rottura. Bennett e Lapid hanno già governato insieme tra il 2021 e il 2022, nel cosiddetto “governo del cambiamento”. Un esecutivo fragile, eterogeneo, sostenuto anche dalla Lista Araba Unita (Ra’am), e crollato rapidamente sotto il peso delle sue contraddizioni interne.
Oggi quella formula viene riproposta in versione semplificata — e soprattutto spostata più nettamente a destra. Non è ancora chiaro se sarà reintrodotto il meccanismo di rotazione alla guida del governo. Ma una cosa è certa: l’asse politico è cambiato. Questa volta non sono previsti partiti arabi nella coalizione.
Il programma, almeno nelle dichiarazioni iniziali, è centrato su quattro punti: commissione d’inchiesta sugli eventi del 7 ottobre, limite ai mandati del primo ministro, estensione della leva obbligatoria agli Haredi e rafforzamento della sicurezza nazionale. Tradotto: istituzioni, esercito, controllo interno. E soprattutto un punto che non è tecnico ma politico: «non cedere un centimetro di terra al nemico». Il linguaggio è identico a quello del blocco che si vuole sostituire.
Palestina: la continuità sotto il travestimento del cambiamento
Se c’è un elemento che attraversa tutte le configurazioni politiche israeliane degli ultimi anni, è la sostanziale continuità nella gestione della questione palestinese.
Durante il precedente governo Bennett-Lapid, la strategia fu semplice: congelare il problema. Nessun processo politico significativo, nessun negoziato reale, nessuna apertura strutturale. La questione palestinese venne rimossa dal centro del dibattito interno, mentre sul terreno si intensificavano le operazioni militari.
Nel 2022, sotto quell’esecutivo, venne lanciata l’operazione “Break the Wave” in Cisgiordania, che portò all’uccisione di oltre 150 palestinesi. Una risposta securitaria a una serie di attacchi, molti dei quali non direttamente riconducibili alla resistenza palestinese organizzata.
Nel frattempo, Yair Lapid continuava a dichiararsi formalmente favorevole alla soluzione dei due Stati. Ma senza mai avviare un processo concreto. Una posizione che oscilla tra dichiarazione diplomatica e sospensione operativa.
Naftali Bennett, dal canto suo, è stato sempre più esplicito: contrario alla creazione di uno Stato palestinese, sostenitore dell’espansione degli insediamenti e di una linea militare più aggressiva. Già nel 2018 proponeva la dottrina “shoot to kill” per la gestione delle incursioni da Gaza. Se si sommano queste posizioni, il risultato è chiaro: la nuova coalizione non rappresenta una discontinuità strategica, ma una variazione di stile.
Cambiare governo per conservare l’impianto
Il vero nodo politico non è la sostituzione di Netanyahu, ma la struttura del sistema che lo ha prodotto. Yachad si presenta come alternativa, ma si muove all’interno dello stesso perimetro ideologico: sicurezza prima di tutto, nessuna concessione territoriale, gestione militare del conflitto. La differenza è nella forma, non nella sostanza.
L’elettorato israeliano viene chiamato a scegliere tra opzioni che divergono su governance, istituzioni, rapporti interni — ma convergono sulla questione centrale: la Palestina.
Nel frattempo, anche sul piano internazionale, le posizioni non si discostano in modo significativo. Lapid ha contestato i mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Yoav Gallant. Bennett continua a sostenere una linea di rafforzamento militare e identitario. Il risultato è una dinamica già vista: rotazione delle élite, continuità delle politiche.
Israele potrebbe davvero cambiare governo nei prossimi mesi. Ma il rischio concreto è che cambi tutto — leadership, coalizioni, linguaggi — per non cambiare nulla sul terreno. E quel “nulla” ha un nome preciso: la condizione dei palestinesi.

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