Il Pd dice no al ddl antisemitismo, poi scompare al momento del voto in Commissione

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Il Pd annuncia il no al ddl antisemitismo, poi in commissione non partecipa al voto. La chiamano strategia per ottenere modifiche sulla definizione Ihra. Ma la sequenza di posizioni cangianti, tra Senato e Camera, racconta più un partito spaccato che una tattica negoziale.

Il PD non vota sul ddl antisemitismo, e la chiama strategia invece di ammettere l’imbarazzo

Il gruppo Pd alla Camera aveva deciso, una settimana fa, che il testo approvato dal Senato il 4 marzo non poteva essere votato a favore, annunciando quindi un voto contrario in Aula. Martedì, però, in commissione Affari Costituzionali, al momento di esprimersi sul mandato al relatore, i deputati dem hanno scelto di non partecipare al voto, lasciando che la maggioranza, insieme a Italia Viva e Azione, approvasse il testo, mentre M5S e Avs votavano contro.

Il relatore designato sarà Paolo Emilio Russo di Forza Italia. Più Europa si è astenuta a propria volta, in una giornata che ha visto l’appello della senatrice a vita Liliana Segre, rivolto a tutte le forze politiche, cadere sostanzialmente nel vuoto rispetto all’obiettivo di un voto unanime.

Il nodo resta sempre lo stesso: la definizione di antisemitismo adottata dal testo, mutuata dall’International Holocaust Remembrance Alliance, che il Pd giudica pericolosamente ampia e generica, capace di esporre al rischio di sanzione anche la critica politica alle scelte del governo israeliano. I dem chiedono di sostituirla con la definizione più circoscritta della Jerusalem Declaration, e presenteranno un pacchetto di emendamenti quando il testo arriverà in Aula, il 2 ottobre, inclusa una clausola esplicita che renda inequivocabile la possibilità di criticare Israele senza essere automaticamente tacciati di antisemitismo, emendamento già bocciato in commissione dalla maggioranza.

La linea ufficiale, spiegata da esponenti come Federico Gianassi, è che l’astensione serva a «valorizzare» l’appello di Schlein alla destra affinché modifichi il testo: se cambierà, il Pd potrà votarlo, altrimenti il voto contrario resta sul tavolo per l’Aula. Non tutti in casa dem seguono però questa linea: senatori come Graziano Del Rio, Filippo Sensi, Walter Verini, Alfredo Bazoli e Sandra Zampa avevano già votato a favore al Senato, segnalando una frattura interna che la segreteria fatica a ricomporre.

Una ginnastica politica che somiglia a un copione già visto

Chiamarla strategia è generoso. Più prosaicamente, si tratta dell’ennesima dimostrazione di come il Pd gestisca i dossier identitariamente scomodi: prima si annuncia una posizione netta per compiacere l’elettorato di riferimento, il no secco al Senato diventato poi astensione, poi il no annunciato alla Camera diventato ieri assenza dal voto, infine si confeziona una narrazione post hoc che trasforma l’indecisione in tattica negoziale.

Il problema non è la legittimità di chiedere modifiche a un testo discutibile nel merito, questione su cui pesano anche le riserve di diversi intellettuali ebrei italiani che hanno firmato un documento critico. Il problema è la sequenza di posizioni cangianti, utile più a tenere insieme un partito spaccato tra l’area vicina al Movimento 5 Stelle e quella riformista che guarda a Fassino, Guerini e Quartapelle, che a ottenere davvero un risultato parlamentare.

Quello che emerge, al netto delle spiegazioni ufficiali, è un partito che continua a usare la propria componente interna più moderata come giustificazione per ogni rinvio. Finché resta quel drappello pronto a votare comunque a favore anche contro le indicazioni di gruppo, Schlein può permettersi di presentare ogni ambiguità come prudenza strategica, rimandando la resa dei conti a un’Aula che, a metà ottobre, dovrà finalmente dire se il Pd sa ancora distinguere tra una tattica negoziale credibile e la semplice incapacità di decidere

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Gino di Tacco
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Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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