I consigli dell’Economist all’Ucraina: farsi massacrare virtuosamente

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Siamo al situazionismo mescolato allo sciacallaggio, solo così si possono commentare i consigli che l’editoriale dell’Economist rivolge a Kiev: l’Ucraina dovrebbe smettere di affidarsi agli aiuti e passare ad attrarre investimenti, “anche se il conflitto continua a infuriare”.

I consigli dell’Economist all’Ucraina

Gli indizi di un futuro abbandono dell’Ucraina a se stessa continuano ad accumularsi. L’ultimo viene da un articolo dell’Economist, secondo il quale è meglio non scommettere su un esito positivo della controffensiva ucraina, anzi: sia Kiev che i suoi alleati occidentali stanno ormai realizzando che la contesa è diventata una guerra di attrito e quindi dovranno ripensare alla strategia.

Secondo l’Economist, “i soldati ucraini sono esausti; molti dei migliori sono stati uccisi. Nonostante la coscrizione, [l’Ucraina] non dispone del manpower necessario per sostenere una controffensiva permanente su larga scala. Ha bisogno di economizzare le risorse e di cambiare il gioco.”

Seguono quindi una serie di “consigli”: l’Ucraina deve insistere a colpire la capacità militare della Russia tramite droni e diventare più “resiliente” in difesa, con regolari forniture di armi e relativa manutenzione. Non si capisce bene come questi consigli di “buon senso” possano ridurre in modo sensibile le perdite umane dell’esercito ucraino.

La parte più sconcertante è però quella sui consigli in ambito economico. Dopo aver notato che l’economia ucraina “si è ridotta di un terzo e quasi la metà del bilancio dell’Ucraina è pagato con contanti occidentali“, l’Economist afferma che l’economia dell’Ucraina deve smettere di affidarsi agli aiuti e passare ad attrarre investimenti, “anche se il conflitto continua a infuriare”.

L’Ucraina avrebbe infatti un “grande potenziale”: può produrre più armi e può effettuare lavorazioni sui suoi prodotti agricoli grezzi. La sfida è nientemeno che “convincere le aziende locali e straniere a investire di più” in un paese devastato dalla guerra e con un milione di ucraini impegnati ad ammazzare e farsi ammazzare al fronte.

L’impresa è improba, ma l’Economist fa notare che in caso di successo un luminoso futuro attende l’Ucraina: “L’Ucraina un giorno potrebbe essere integrata nel blocco economico più ricco del mondo. Una tabella di marcia per l’adesione all’UE nell’arco di, diciamo, *un decennio* [asterischi miei], con traguardi chiari, offrirebbe speranza agli ucraini e accelererebbe le riforme economiche, proprio come la stessa promessa galvanizzò gran parte dell’Europa orientale negli anni ’90.”

Insomma, il messaggio è chiaro: gli aiuti oggi ci sono, domani chissà, e se l’Ucraina vuole entrare nell’UE (non prima di un decennio) dovrà soddisfare i parametri economici e politici richiesti per l’ingresso, senza sconti, nel mentre che fronteggia a tempo indeterminato l’esercito di un paese quattro volte più popoloso.

Come sempre, nessuno ha la sfera di cristallo e nessuno conosce il futuro: però la sensazione è che, dopo il ritiro dall’Iraq e dopo la catastrofica fuga dall’Afghanistan, l’Ucraina rischia sempre più di essere il terzo paese in vent’anni gettato in un conflitto e poi abbandonato a se stesso dal democratico e virtuoso Occidente.

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Alessandro Ferretti
Alessandro Ferretti
Researcher presso Università degli Studi di Torino. Associate presso CERN

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