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I portuali del CALP di Genova hanno bloccato armi dirette a Israele. Un gesto di classe, non simbolico: colpire la logistica significa interrompere la riproduzione materiale della guerra. È una sfida al dominio globale che trasforma lavoro in complicità.
Bloccare le armi, sabotare il dominio: la lotta dei portuali è lotta di classe
Nel tempo della guerra diffusa e della pace fittizia, quando la neutralizzazione ideologica dell’opinione pubblica va di pari passo con la militarizzazione materiale del mondo, ogni gesto che turba la normalità logistica del capitale assume un significato politico che eccede l’immediatezza del suo oggetto.
Così è stato per i portuali del CALP di Genova, che hanno impedito, con lo strumento antico e sempre nuovo dello sciopero politico, lo sbarco di tre container carichi di armi destinati allo Stato d’Israele.
Chi interpreta questo gesto come un episodio simbolico, isolato o dettato da ragioni morali, non solo ne sottovaluta la portata, ma ne cancella la natura profondamente materialista, internazionalista. I camalli non hanno semplicemente bloccato un carico: hanno colpito un segmento concreto del dominio imperialista, là dove esso si regge sul consenso passivo della catena del valore. Hanno interrotto la continuità apparente di un mondo in cui tutto deve scorrere — merci, armi, profitti — senza attriti né soggetti.
La storia del capitale, come insegnava Marx, non è una cronaca di eventi, ma un processo di accumulazione fondata sul comando sul lavoro vivo. Ma nel capitalismo contemporaneo — postfordista e imperialista, informatizzato e predatorio — il comando non si esercita più solo nei luoghi della produzione, bensì nei nodi della circolazione: porti, aeroporti, interporti, autostrade, infrastrutture invisibili ma essenziali. È qui che oggi si gioca il potere reale. È qui che le guerre si vincono o si perdono. Ed è qui che i camalli hanno colpito.
La logistica non è un elemento secondario o tecnico del modo di produzione capitalistico. È, in senso marxiano, la forma attuale della riproduzione allargata del capitale. È ciò che tiene insieme la fabbrica spezzettata in mille subfornitori, la delocalizzazione produttiva, la finanziarizzazione delle imprese e la necessità del just-in-time. È la forma fisica della dislocazione dei rapporti di classe nello spazio.
Il porto, in questo quadro, non è un luogo neutro: è uno snodo bellico, un segmento della guerra imperialista permanente. Un’arma a sua volta.
E i portuali, in quanto lavoratori direttamente coinvolti nella gestione di questi flussi, non sono comprimari, ma agenti storici potenzialmente rivoluzionari. Quando si organizzano, quando si autodeterminano, quando smettono di ridursi a ruote dell’ingranaggio, e decidono invece di sabotarlo, essi esercitano quella che Lenin chiamava la funzione rivoluzionaria del proletariato cosciente.
Il blocco dei container non è allora un “rifiuto etico”. È una decisione politica piena, che afferma una verità strutturale: che non c’è guerra senza logistica, non c’è sterminio coloniale senza trasporto, che ogni carico contiene non solo merci, ma rapporti sociali, e che interrompere il flusso significa interrompere il dominio.
La reazione della compagnia COSCO — colosso cinese della logistica globale, partecipata dallo Stato e integrata nel progetto geopolitico della Nuova Via della Seta — non si è fatta attendere: ha ritirato il carico, temendo che l’azione dei portuali genovesi potesse generare una crepa nel consenso globale alla riproduzione del massacro. Perché ogni sciopero riuscito, ogni sabotaggio efficace, ogni atto che rompe la passività, può diventare esempio, miccia, contagio.
Nel gesto dei camalli si concentra una potenza storica che non viene dal passato, ma da una potenzialità inscritta nel presente: la possibilità concreta che una classe lavoratrice decomposta, frammentata, precarizzata, possa tuttavia riarticolarsi come soggetto antagonista, e farlo proprio nei luoghi che il capitale credeva di aver definitivamente addomesticato.
Questa possibilità non è nuova. Essa riemerge ogni volta che i lavoratori decidono di non essere più ingranaggi, ma rotture. Quando nel 1920, nel porto di Livorno, i portuali incrociarono le braccia contro le forniture belliche al Dodecaneso, già allora il gesto fu più che simbolico: fu una dichiarazione di appartenenza di classe. Quando i ferrovieri francesi sabotarono i trasporti per la guerra d’Algeria, o i portuali di Oakland bloccarono le navi per il Vietnam, o i dockers sudafricani si opposero al regime dell’apartheid, la lotta sindacale diventava immediatamente lotta antimperialista.
Nel gesto dei camalli vive questa genealogia, ma vi si aggiunge una consapevolezza nuova: che non esiste più distinzione tra guerra esterna e sfruttamento interno, tra dominio globale e passività nazionale. La guerra a Gaza è una guerra del capitale, ed è anche la guerra contro i salari, contro il diritto all’organizzazione, contro la possibilità stessa della solidarietà tra sfruttati.
È questo quindi un atto di posizionamento politico, non identitario. Non si tratta di aderire a un gruppo, ma di riconoscersi in una prassi di classe. È assumere che la linea divisoria nel mondo non passa tra religioni, popoli o Stati, ma tra dominanti e dominati, tra classe proprietaria e classe subalterna, tra chi traffica in armi e chi si rifiuta di caricarle.
È rifiutare il ricatto della neutralità.
È smascherare l’ipocrisia dell’Occidente che piange per le vittime mentre finanzia il carnefice.
È dire che la classe operaia può ancora essere soggetto della Storia, a patto che rompa la delega, l’attesa, l’obbedienza.
Nel tempo in cui la sinistra istituzionale si è fatta garante della compatibilità neoliberale, e in cui le strutture sindacali tradizionali sono spesso organiche al controllo sociale, il gesto dei camalli è una frattura epistemologica. Ci dice che si può dire no, e che quel no può produrre effetti materiali. Ci dice che l’internazionalismo non è morto, ma attende di essere riattivato come forma concreta di solidarietà tra i dannati della terra. Ci dice che la logistica è il nuovo campo di battaglia, e che i proletari che vi lavorano sono i nuovi partigiani.
E allora che questo esempio si diffonda, si moltiplichi, si generalizzi. Che ogni snodo della catena del valore diventi punto di possibile sabotaggio. Che ogni lavoratore prenda coscienza non solo della propria forza, ma del proprio dovere.
Perché la guerra non si riproduce solo attraverso gli arsenali, ma attraverso la catena del valore.
Passa per le nostre mani ogni volta che il lavoro viene asservito al dominio.
E può essere spezzata soltanto da chi, cosciente del proprio ruolo nella produzione sociale, decide di sottrarsi, di sabotare, di riconsegnare il lavoro alla lotta di classe, non al massacro.

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