Sul Corriere della sera, Massimo Gramellini nella sua rubrica ha sentito il bisogno di auto-accusarsi di viltà per non aver speso parole in difesa di Kevin Spacey, il popolare attore americano accusato di aver molestato quattro uomini, e oggi pienamente assolto dopo una gogna durata anni.
Ha scritto l’uomo del “caffè”:
“Lo scrivo oggi, sull’onda facile di un’assoluzione completa, per farne un atto d’accusa contro me stesso e la psiche umana in generale. Siamo talmente affascinati dal piacere perverso della maldicenza che gli avvisi di garanzia, anzi le semplici denunce, vengono interpretate dalla tribù giudicante dei social come una sentenza inappellabile di condanna. Con tutte le conseguenze ben note: «mostrificazione» del reietto («viscido predatore seriale, pronto a colpire afferrandoti all’inguine»), terra bruciata intorno (dal 2018 a oggi, il più grande attore vivente ha girato soltanto un film di Franco Nero) e permanenza di dubbi dopo l’assoluzione «perché qualcosa avrà fatto di sicuro, altrimenti non lo avrebbero messo in mezzo”.
Gramellini fa mea culpa su Kevin Spacey?
Personalmente, non mi basta che faccia mea culpa. Sei stato vile una volta, lo sarai sempre. Perché sei così. Naturalmente, manzonianamente, non è nemmeno giusto chiedere a tutti una cosa come il coraggio. No, non è per tutti, se parliamo delle persone comuni.
Trattandosi però di un intellettuale, se non ha coraggio è bene si faccia da parte, lasci ad altri il compito di illuminare, chiarire, stimolare, far crescere. No, non mi basta che Gramellini ammetta la viltà verso Spacey, il suo essersi omologato alla grande ondata neopuritana-pseudoprogressista di questi anni.
Deve dimettersi. Da intellettuale, maitre a penser, e lasciare la cattedra, il giornale su cui scrive, il pulpito che illegittimamente, senza alcun vero merito che possa attribuirsi ad un intellettuale (in primis la libertà), occupa.

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