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Dietro la retorica progressista di Elly Schlein emerge un impianto politico pienamente compatibile con il liberismo europeo: no alla tassazione delle imprese, sì al riarmo UE, difesa dell’austerità e fede nell’integrazione europea come orizzonte indiscutibile.
La destra subdola di Elly Schlein
Resto sempre ipnotizzato dalla cedenza retorica di “Elly”. Questa robotica interpretazione a metà tra una influencer virtuale e uno speach manageriale tipicamente newyorkese. Quel piglio monocorde, privo di espressività, impersonale e tecnocrate ma, allo stesso tempo, leziosamente colloquiale, ricercatamente simpatetico, assume contorni orrorifici per la sua glaciale compostezza.
La sua gestualità è implicitamente asservita alle scuole di comunicazione, alle strategie di marketing. La Tecnica si impadronisce così del soggetto che vive, respira e parla seguendo una traccia preconfezionata, predisposta dagli algoritmi del consenso spettacolarizzato tanto da integrarlo strutturalmente nel paradigma capitalista.
Quel canovaccio discorsivo snocciola inizialmente dati per scoperchiare i problemi sociali del Paese. Dati statistici sui salari, sui prezzi, sulle diseguaglianze. Si evoca, distrattamente, la proposta unitaria dei nove euro di salario minimo: una panacea liberatrice per le masse. Ma pian piano, al di là di qualche vuoto proclama di prammatica – diamine siam sempre la sinistra! – emerge ciò che Elly sa ben nascondere sotto la cenere della civiltà inclusiva. Quella che riformerebbe la Scuola con affettività e life skills ma abolirebbe la Storia e la Filosofia come un Valditara qualsiasi.
No alle tasse sulle imprese, ça va sans dire. Ma figuriamoci quanto ci si può discostare dal principio, ormai cristallizzato nella manualistica dell’efficienza telegenica, secondo cui famiglie e imprese corrispondono alla medesima soggettività sociale; come se dirlo velocemente, tra la carrellata di parole messe lì a suon di filastrocca, cancellasse il tratto reazionario dell’affermazione. Ma non ci si limita a questo armamentario tipicamente reganiano. La prova di affidabilità monta sull’onda emozionale del redde rationem che arriva quando lo stridio della voce aumenta di un tono.
Con il consiglio paternalistico racchiuso in un docile “fatevi aiutare” arriva l’accusa definitiva che da anni si ripete in una cantilena sempre uguale a sé stessa: troppa poca Europa nell’immaginario di questa destra. Non basta che i postfascisti abbiano seguito a capo chino le indicazioni di Mister Draghi. No. Occorre un passo di marcia in più. Per esempio andare a contestare in maniera così volgare il Patto di Stabilità e, udite udite, rifiutare quel grande progetto militare della Difesa Europea! Quel programma esistenziale che si commuove per future Croci di Sant’Andrea sparse nelle nostre strade a difesa delle future e inevitabili invasioni cosacche e che destina la spesa pubblica alla fabbricazione di droni killer inappuntabili mentre gli ospedali abbandonano posti letto.
Elly vuole investimenti comuni, proprio come chiede Confindustria, e vuole impegno tra i volenterosi perché non c’è pace senza l’Ucraina, senza i Balcani, tutti integrati nella grande famiglia europea del Patto di Stabilità, dell’austerità costituzionale che comprime i salari certo, che determina disoccupazione e precarietà, ovviamente, ma che soprattutto realizza il sogno dei padri fondatori di Ventotene: vuoi mettere!
Una pace di guerra, per l’Ucraina liberata e fieramente banderista, luogo in cui le svastiche diventano svarghe, tipici simboli del sole di tradizione primitiva. Allargare l’Europa dunque ma, attenzione, anche sanzioni a Ben-Givr, anzi no, a tutto il governo israeliano. Perché, come si ama dire nei salotti buoni del sessantottismo incartapecorito, il problema non sono Israele, il sionismo e quell’intera società, ormai precipitata nell’orrore di una mentalità crudele, dove candidamente ci si inorgoglisce di un genocidio, ma solo il governo Netanyahu, che avrebbe usurpato un passato di purezza e di virtù incontaminate.
E, per concludere, viva sempre e per sempre l’Europa, vero argine all’aggressività commerciale altrui. Senza specificare di chi. Tanto per suggerire una nuova equiparazione simile a quella tra fascismo e comunismo, o a quella dei tanti imperialismi che si fronteggiano. Alla fine Stati Uniti e Cina non sono che la même chose. Ma con Obama, o chi per lui, in un futuro prossimo, cambierà tutto. Di nuovo gli Stati Uniti, Netflix e Hollywood insegneranno al mondo intero quanto è fantasmagorico l’Occidente. Così parlò la ragazza americana: una reazionaria in doppiopetto casual. E c’è davvero chi pensa ad alleanze costruttive o alle scampagnate a Molfetta. Ma lasciamo stare che ci facciamo il sangue amaro.

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