Democrazia anoressica: alle urne resta solo lo scheletro del sistema

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Le regionali mostrano una democrazia ridotta allo scheletro: pochi votanti, molti stakeholder, poteri locali che si autoriproducono. Il campo largo vince per inerzia, la destra inciampa e i leader si muovono tra conservazione e micro-equilibri. La politica dimagrita rivela la sua ossatura.

La linea dimagrante

Fausto Anderlini*

La perdita di peso rende meglio visibile lo scheletro, cioè il telaio che regge il corpo. Vanno al voto, ovunque, circa quattro elettori su dieci. A parte fattori climatici, cadenze temporali e situazioni di contesto, la tendenza è ormai consolidata, specie alla scala locale, dove le dinamiche di protesta sono più selettive, ovvero circoscritte, e dove i furori ideologico-valoriali sono meno marcati, se non assenti.

I sistemi di potere locali inclinano alla stabilizzazione. Una volta acquisito un equilibrio nella distribuzione delle risorse e nella loro gestione questo tende a riproporsi. Malgrado i proponimenti “innovatori” degli attori, la conservazione dell’equilibrio nelle distribuzioni di potere è la cifra dell’affidabilità della classe amministrante. Che è appunto tale, cioè una pluralità convergente di sezioni dislocate in vari punti del sistema. È solo un’apparenza che il sistema monocratico enfatizzi l’aspetto personalistico della leadership. Esso piuttosto funziona come un sintetizzatore del management locale, proprio come in una società per azioni.

Tutte e tre le regioni erano interessate a un cambio di “governatori”, Zaia, De Luca, Emiliano, tutti caratterizzati da un larghissimo consenso e grande visibilità, tanto da far pensare a una forma di cacicchìo fortemente personalizzata. E in effetti l’entrata in campo dei sostituti è stata segnata da varie turbolenze, massime nel caso campano.

Cionondimeno, una volta trovata la quadra nella continuità di sistema, i subentranti sono stati beneficiati da un consenso (seppure sempre numericamente ponderato dalla dieta dimagrante) plebiscitario. Pur non emanando alcuna energia carismatica (tutt’altro! Basti pensare a quel pesce lesso di Fico), ovunque sopra il 60% dei votanti, con distacchi quasi doppi rispetto ai concorrenti. E questo malgrado il noviziato. Se De Caro poteva vantare un solido radicamento, con ripetute prove di plebiscitazione, tanto Fico quanto Stefani, pur non essendo dei carneadi per quanto scialbi, erano comunque alla “prima”.

Ha ragione la Schlein: il campo largo, cioè l’ampiezza della coalizione, “stravince”, ma non per una travolgente forza d’impeto come “massa progettuale”, piuttosto per l’effetto stabilizzatore e garantista nell’equilibrio distributivo. Più la coalizione s’allarga, mentre gli elettori si restringono, più le cose vanno per il meglio.

Da chi è composta l’esigua pattuglia dei votanti? Stratificazioni di interessi economici locali, clientele personalizzate (cruciali nel voto di preferenza), ma anche utenti capaci di giudizio, realtà associative del terzo settore, elettori fidelizzati e dipendenti di apparati istituzionali incardinati alla spesa pubblica locale. Ormai una platea così ristretta da coincidere con una vasta e variegata congrega di stakeholders, cioè quei portatori di interessi rilevanti ai fini di un progetto (nel caso la governabilità di sistema) che nelle indagini di campo a base campionaria sono convocati come focus group.

Dunque, per omologia fra mercato politico ed economico, clienti, fornitori, finanziatori, nonché rappresentanti di realtà comunitarie, sociali e locali. Poco alla volta, e per perversa convergenza, la democrazia, almeno quella locale, tende ad avvicinarsi ai modelli consultivi-deliberativi di carattere campionario esplorati dal deliberative polling. È la nuova agorà secreta dall’età post-ideologica, nella quale gli astensionisti coprono il ruolo alieno che nella democrazia ateniese era riservato agli iloti. Lo scheletro che residua dopo la grande cura dimagrante della passivizzazione generale imposta alle democrazie di massa dalla costellazione neoliberista.

Venendo ai riflessi politici del voto, essi hanno rispecchiato le attese ma con verdetti differenziati per “partiti” e leader. Il PD della Schlein ne esce rafforzato e va riconosciuto alla Schlein d’aver saputo fare virtù della sua debolezza, galleggiando sulle situazioni e rinunciando a improvvide prove di forza contro i cosiddetti “cacicchi”. Anche Conte e i 5S ne escono rinfrancati, evitando di risultare insignificanti, a maggior ragione se si fossero sfilati dalla coalizione in un ambito per essi costitutivamente negletto (non avendo né clienti né stakeholders alla propria portata).

Clamoroso invece il tonfo di Vendola e AVS in quel della Puglia, penalizzati da una legge elettorale, per ironia del destino, varata proprio all’epoca della presidenza del leader radicale post-moderno di Terlizzi. Restando al caso campano, De Luca conferma la sua capacità di influenza, anche se nel ruolo di dominus è stato scalzato da Manfredi, la “gatta morta” di Nola, con una prestanza da iettatore da tutti avvertita come quanto di più scialbo e nello stesso tempo inquietante abbia mai calcato il teatro partenopeo.

Sulla destra si evince invece il contraccolpo significativo, sebbene non dirimente, subito dalla Meloni e da FdI. Penosamente perdenti nel duello ingaggiato in Veneto con la Lega salviniano-zaiana, e gravemente arrancanti nel duello con i forzitalioti campani. Sempre perdente nel duello col PD. Contrariamente alla Schlein, che ha sagacemente giocato d’inerzia, essa paga la tentazione intromissoria cercata nelle regionali, arrivando persino a far saltellare come un’idiota fra mille atti la presidente del Consiglio.

La protervia non paga e FdI è ben lungi dal monopolio assoluto della destra. E questo è quanto.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini

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