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Caos sulle Comunità Energetiche: il GSE dichiara ammissibili molti progetti ma senza fondi disponibili. Bandi aperti nonostante le risorse finite, investimenti congelati e regole cambiate senza trasparenza. Il governo tace sul pasticcio PNRR.
Comunità energetiche, bandi aperti, soldi spariti
Mentre il governo continua a raccontare la favola della “transizione ecologica italiana”, nelle ultime ore sta emergendo un caso che rischia di trasformarsi nell’ennesima bomba politica sul PNRR e sulla gestione delle politiche energetiche. Il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) ha iniziato a inviare le risposte relative alle richieste di accesso agli incentivi per le Comunità Energetiche Rinnovabili presentate a fine novembre. E il contenuto delle comunicazioni è, per usare un eufemismo, devastante.
Molti progetti vengono dichiarati formalmente ammissibili, quindi conformi ai requisiti tecnici previsti dal bando, ma contemporaneamente esclusi dal finanziamento perché i fondi risulterebbero già esauriti. Il contributo, spiegano le lettere, potrebbe eventualmente arrivare solo in caso di futuri “scorrimenti”. Una formula burocratica elegante per dire: arrangiatevi e sperate.
Il punto politicamente esplosivo è un altro: fino al 21 novembre il codice CUP veniva considerato, di fatto, una garanzia di prenotazione delle risorse. Dopo quella data, senza alcuna comunicazione pubblica chiara e con il bando ancora aperto, il medesimo CUP smette improvvisamente di avere valore finanziario. Identica procedura, identico decreto, identiche condizioni normative. Cambia soltanto la data di presentazione. E cambia soprattutto il destino economico di cittadini, imprese e cooperative energetiche.Una ges tione che somiglia più a una lotteria amministrativa che a una politica industriale.
Il grande pasticcio del PNRR energetico
Le Comunità Energetiche Rinnovabili erano state presentate come uno dei pilastri della nuova strategia energetica italiana: produzione diffusa, riduzione dei costi, autonomia locale, partecipazione territoriale. Un modello utile soprattutto per piccoli comuni, aree periferiche, condomini e piccole imprese strangolate dall’aumento dei prezzi energetici successivo alla guerra in Ucraina.
In teoria, uno strumento centrale. In pratica, l’ennesimo labirinto burocratico italiano costruito con la precisione amministrativa di un gruppo WhatsApp condominiale.
Il problema infatti non riguarda soltanto i finanziamenti mancati. Riguarda il principio di affidamento tra Stato e cittadini. Decine di soggetti hanno avviato investimenti, firmato contratti, sostenuto costi di progettazione e avviato cantieri contando su regole che improvvisamente sembrano cambiare retroattivamente.
Se il plafond era già terminato, perché il bando è rimasto aperto? Perché il sistema ha continuato ad accettare richieste senza segnalare l’esaurimento delle risorse? E soprattutto: il governo era consapevole che molte domande sarebbero state accolte formalmente ma svuotate economicamente? Domande pesanti. Anche perché qui non si parla di un bonus marginale o dell’ennesimo incentivo cosmetico. Qui si tocca un settore strategico dentro gli obiettivi europei di decarbonizzazione e sicurezza energetica.
L’Italia, già fragile sul piano industriale ed energetico, rischia ora di bruciare credibilità proprio verso quei soggetti che dovrebbero investire nella transizione.
Meloni, Giorgetti e il silenzio dei responsabili
In qualunque paese minimamente serio, una vicenda simile avrebbe già prodotto una conferenza stampa urgente del governo. In Italia invece domina il silenzio ovattato della burocrazia ministeriale. Giorgia Meloni continua a presidiare i social e le campagne elettorali permanenti. Giancarlo Giorgetti custodisce i conti pubblici come un notaio medievale in carestia. Adolfo Urso parla di sovranità industriale mentre le imprese scoprono che i bandi statali funzionano come i gratta e vinci. E Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, sembra evaporato dentro qualche tavolo tecnico interminabile popolato da slide, acronimi e powerpoint ministeriali.
La verità è che la gestione della transizione energetica italiana continua a oscillare tra propaganda e improvvisazione. Da una parte gli annunci solenni sul futuro green; dall’altra la realtà concreta di imprese lasciate senza certezze, investimenti congelati e territori bloccati.
Il rischio più grave non è soltanto economico. È culturale e istituzionale. Perché quando lo Stato modifica implicitamente le regole durante il gioco, distrugge la fiducia stessa nella programmazione pubblica. E senza fiducia nessuna transizione energetica è possibile.
A quel punto resteranno solo i comunicati ottimistici, i convegni sulla sostenibilità e qualche ministro intento a spiegare che “serve responsabilità”. Naturalmente da parte dei cittadini. Lo Stato, invece, continua serenamente a giocare con soldi, imprese e credibilità pubblica come un illusionista stanco in tournée permanente.

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