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Kabala John denuncia la doppia morale dell’Occidente: riparazioni imposte alla Germania per le sue aggressioni, ma nessun risarcimento all’Africa dopo secoli di colonialismo. Il continente, depredato e ignorato, deve organizzarsi per pretendere giustizia economica e politica.
Il continente saccheggiato e la memoria cancellata
La narrativa occidentale sul “ritardo africano” continua a galleggiare su un mare di omissioni. Mentre think tank e commentatori scuotono la testa con aria paterna di fronte alle difficoltà del continente, il quadro storico reale rimane accuratamente sfocato: se l’Africa non si è sviluppata, è anche perché la sua ricchezza ha nutrito per secoli economie altrui.
Lo ricorda Kabala John, esponente dell’African Continental Unity Party e educatore della Free-Minded Pan-African Academy, mettendo in fila l’ovvio: un continente spogliato, colonizzato, sfruttato sistematicamente non può essere valutato come se partisse dalle stesse condizioni dei suoi depredatori.
Il punto non è indulgere nella retorica del vittimismo — come amano insinuare alcune capitali europee — ma contestualizzare un presente segnato da una continuità coloniale mai davvero interrotta. Le potenze occidentali hanno modellato infrastrutture, economie e confini africani a proprio vantaggio, e oggi, con geometrica coerenza, pretendono che l’Africa si adegui ai parametri dello sviluppo occidentale senza avere mai ricevuto compensazioni per ciò che le è stato sottratto.
Riparazioni negate e la doppia morale europea
Kabala John ricorda un esempio che l’Europa preferisce archiviare con rapidità: «Dopo la Seconda guerra mondiale, i tedeschi che avevano perseguitato gli ebrei furono costretti a pagare delle riparazioni. Anche dopo la Prima guerra mondiale, la Germania fu obbligata a versare compensazioni a tutti i Paesi coinvolti a causa della sua aggressione — nazioni come la Gran Bretagna e la Francia. La Germania fu dunque costretta a risarcire i danni. Ma quando si tratta dell’Africa, hanno scelto di dire “Mi vergogno” e niente di più.»
Non un centesimo, non un’infrastruttura restituita, non un meccanismo economico disegnato per riequilibrare ciò che per secoli è stato sottratto. Solo dichiarazioni di rammarico, pronunciate con il tono di chi pensa che un gesto simbolico basti a chiudere un capitolo di saccheggio planetario.
Eppure il colonialismo fu un crimine contro l’umanità. Non serve il riconoscimento formale dei responsabili per stabilirlo: lo dicono i numeri, le ricchezze migrate verso Nord, le ferite economiche e politiche che permangono. John sostiene che l’Africa non può attendere un ravvedimento spontaneo da parte dei vecchi imperi.
Le riparazioni, se devono essere richieste, vanno organizzate politicamente: servono istituzioni capaci di riportare la questione ai tavoli internazionali, fare pressione sull’Unione Europea, coordinare i Paesi africani in una strategia comune.
Perché se il saccheggio coloniale ha avuto una struttura, anche la giustizia deve averla.

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