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Raid dei coloni in Cisgiordania, civili palestinesi uccisi, escalation silenziosa mentre l’attenzione globale è altrove. L’UE evita sanzioni reali e mantiene i rapporti con Israele. Violenza sistemica sul terreno, diplomazia immobile.
Cisgiordania, la guerra che l’Europa finge di non vedere
Nella geografia selettiva dell’indignazione occidentale, la Cisgiordania è diventata una nota a margine. Eppure è lì che si consuma una dinamica ormai sistemica: attacchi di coloni israeliani contro villaggi palestinesi, spesso sotto lo sguardo – quando non con la copertura – delle forze di sicurezza e i plausi del ministro Ben Gvir. L’ultimo episodio a Turmus Ayya, con due civili uccisi, non è un’eccezione ma una conferma.
Le vittime hanno nomi e storie che raramente entrano nel ciclo mediatico globale. Un adolescente, Aws Al Naasan, e un uomo adulto, Jihad Abu Naim, colpiti da proiettili mentre si trovavano nei pressi delle loro comunità. Non combattenti, non miliziani. Semplicemente abitanti di un territorio sempre più conteso. Testimoni locali parlano di gruppi di coloni armati, i cosiddetti mitnachalim, giunti da avamposti vicini. Alcuni, secondo organizzazioni per i diritti umani, indossavano uniformi militari. Un dettaglio che, più che chiarire, complica: dove finisce il civile e dove inizia lo Stato?
Nel frattempo, altri episodi si accumulano: un ragazzo investito nei pressi di Hebron, una donna morta dopo mesi di ricovero per ferite riportate in precedenti operazioni. Il filo che lega questi eventi è la normalizzazione della violenza. Non più emergenza, ma routine.
Colonizzazione armata, diritto sospeso
La dinamica è ormai riconoscibile. Incursioni nei villaggi, intimidazioni, incendi di proprietà, spari. L’obiettivo non è solo colpire, ma svuotare. Spingere le comunità palestinesi ad abbandonare terre che diventano così disponibili per nuove espansioni. Una strategia di fatto, più che dichiarata, che si muove lungo una linea sottile tra iniziativa privata e tolleranza istituzionale.
Secondo dati raccolti da organismi locali, solo nel mese di marzo si sono registrati centinaia di raid contro persone e beni. Dall’ottobre 2023, il bilancio complessivo parla di oltre un migliaio di palestinesi uccisi in Cisgiordania e decine di migliaia tra feriti e arrestati. Numeri che, letti in sequenza, raccontano una trasformazione: da conflitto intermittente a pressione continua.
Dopo l’escalation tra Israele e Iran, l’attenzione internazionale si è spostata altrove. E quando i riflettori si spostano, sul terreno restano le dinamiche più dure. I cosiddetti “giovani delle colline” – gruppi radicalizzati di coloni – sembrano aver trovato uno spazio operativo più ampio. Meno attenzione significa meno pressione, e meno pressione significa maggiore libertà d’azione.
Nel frattempo, la distinzione tra attori statali e non statali si fa sempre più opaca. Se civili armati operano con modalità militari e in aree controllate dall’esercito, la domanda non è più se esista una responsabilità, ma quanto sia diretta.

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