Cisgiordania assediata: l’espansione invisibile che travolge i palestinesi

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Mentre Gaza concentra l’attenzione globale, in Cisgiordania Israele accelera violenze, espropri e nuove colonie: oltre 1.100 palestinesi uccisi, migliaia di ettari confiscati e attacchi record dei coloni. Un processo sistematico che ridisegna il territorio espellendo le comunità locali.

Cisgiordania nell’ombra: l’altra offensiva che avanza mentre il mondo guarda altrove

Con lo sguardo del mondo è rimasto fisso sulle macerie di Gaza, un’altra realtà – meno appariscente ma non meno grave – si è sviluppata in Cisgiordania quasi nell’ombra. In quel territorio, lontano dall’eco delle conferenze diplomatiche, si è consolidato un meccanismo di pressione continua sulla popolazione palestinese, fatto di espansioni insediative, intimidazioni armate e interventi amministrativi che ridisegnano la mappa a favore dei coloni israeliani.

Questi eventi non rappresentano un corollario marginale della guerra a Gaza, ma un percorso parallelo che procede con una logica autonoma e coerente. Le informazioni raccolte dalle agenzie delle Nazioni Unite indicano che, dall’autunno del 2023, la frequenza di assalti, demolizioni e ordini di sequestro delle terre ha raggiunto livelli mai registrati prima. Non si tratta, dunque, di fenomeni episodici, ma di un apparato operativo che molti analisti identificano come una strategia strutturata di espulsione progressiva dei palestinesi.

Le cifre diffuse dall’OCHA restituiscono un quadro che peggiora di mese in mese: più di 1.100 palestinesi hanno perso la vita in seguito ad azioni dell’esercito e dei gruppi di coloni; ampie superfici agricole sono state sottratte ai loro proprietari; e un numero crescente di famiglie è stato costretto ad abbandonare le proprie case. L’insieme di questi dati mostra una dinamica di instabilità permanente che modifica profondamente la realtà della Cisgiordania.

Espansione territoriale e violenza quotidiana

A partire dall’ottobre 2023 la situazione in Cisgiordania ha subito un’accelerazione impressionante. Gli attacchi da parte dei coloni armati, spesso coperti o affiancati dalle forze militari israeliane, hanno moltiplicato gli episodi di violenza contro civili, villaggi, beni agricoli e infrastrutture vitali.

L’anno successivo è stato particolarmente devastante: il numero di palestinesi uccisi da armi da fuoco – tra esercito e coloni – ha superato quota 1.100. Parallelamente, le autorità israeliane hanno avviato ordini di confisca per circa 5.500 ettari di terreno, giustificandoli con presunte necessità militari o di sicurezza.

In realtà queste aree risultano quasi tutte adiacenti a colonie già esistenti, nonostante la loro illegalità secondo il diritto internazionale.

A questa espansione “ufficiale” si aggiungono altri 2.370 ettari destinati alla costruzione di nuovi complessi abitativi, approvati dal governo Netanyahu, insieme alla regolarizzazione di centinaia di avamposti costruiti dai coloni senza alcuna autorizzazione.

In pratica, ciò che era considerato illegale diventa improvvisamente parte integrante della pianificazione statale, consolidando un processo che procede da decenni.

Il ritmo degli abusi è cresciuto in modo esponenziale. Solo nel mese di ottobre 2025 l’OCHA ha registrato 264 attacchi da parte di coloni: il dato mensile più alto degli ultimi vent’anni.

Questi episodi non si limitano a intimidazioni: includono uccisioni, incendi, distruzione di case, di automobili e di coltivazioni, soprattutto uliveti, spesso unica fonte di reddito per intere comunità.

Il risultato è uno sfollamento forzato crescente: oltre 3.200 persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni in poche settimane. E tra le vittime registrate nello stesso mese figurano 42 bambini, un indicatore che da solo basterebbe a restituire la gravità della situazione.

Una strategia coerente nella lunga durata

Gli attacchi registrati dall’OCHA dal 2006 ad oggi sono 6.900, ma ciò che colpisce è che il 15% di essi si concentra nell’ultimo anno. Questo aumento non può essere interpretato come una mera coincidenza: risponde a una logica politica precisa, radicata nella volontà di ridisegnare la geografia demografica della Cisgiordania.

Secondo le Nazioni Unite, gli obiettivi degli attacchi includono beni materiali e risorse essenziali: ulivi, pozzi d’acqua, edifici residenziali e infrastrutture agricole e civili. L’intento è chiaro: rendere la vita dei palestinesi sempre più insostenibile, costringendoli ad abbandonare terre e villaggi che saranno successivamente incorporati nell’area di controllo israeliano.

Parallelamente, lo Stato israeliano mantiene il controllo militare su oltre metà della Striscia di Gaza in seguito agli accordi di Sharm el-Sheikh, consolidando un doppio fronte di espansione.

In Cisgiordania, intanto, procede la stessa logica che accompagna da decenni la politica territoriale israeliana: ottenere “quanta più terra possibile con il minor numero di palestinesi possibile”.

Questa formula, risalente alla fase di approvazione della Risoluzione ONU 181 del 1947, continua a orientare l’azione dei governi israeliani di qualsiasi schieramento politico. La combinazione di confische, demolizioni, violenza e nuovi insediamenti risponde a un disegno generale coerente, che nel biennio recente ha trovato un’accelerazione favorita dal disinteresse internazionale assorbito dalla tragedia di Gaza.

La conseguenza più grave è il rischio di cancellazione progressiva della presenza palestinese in intere aree della Cisgiordania, con comunità costrette a fuggire e territori trasformati in spazi esclusivi per i coloni.

Si tratta di un processo che mette in discussione non solo la legalità internazionale, ma anche ogni prospettiva futura di convivenza e soluzione politica del conflitto.

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