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Piazza Pulita si trasforma nell’ennesimo circo da prime time: Jeffrey Sachs prova a parlare, Calenda lo interrompe a raffica. Argomenti? Zero. Etichette? Tante. Così la tv del dibattito diventa il karaoke dell’atlantismo, dove vince chi urla e perde chi ragiona.
Il talk-show che ha sostituito l’informazione: applausi per l’arena, silenzio per la ragione”
Quando persino il salotto televisivo che si propone come il più patinato somiglia sempre più a un’arena gladiatoria, la performance di Carlo Calenda in contrapposizione al notissimoe conomista statunitense Jeffrey Sachs a Piazza Pulita è riuscita a condensare – con sorprendente chiarezza – il degrado della nostra informazione.
Lungi dal rappresentare semplicemente un “dibattito acceso”, quella serata ha mostrato come si stia rinunciando sistematicamente a ciò che dovrebbe essere il fulcro del giornalismo: l’onestà intellettuale, la dialettica argomentata, la ricerca della verità.
Quando il ring sostituisce il moderatore
La scena era già inquietante in partenza: un dibattito che non voleva davvero confrontarsi, ma “battere” un opponente. Sachs esponeva posizioni — magari non condivisibili da tutti — che avrebbero meritato risposta, ma la risposta non è arrivata. Carlo Calenda, evidentemente privo di argomenti robusti, ha puntato a distruggere l’interlocutore piuttosto che controbattere le sue tesi: etichette roboanti come “putiniano”, “complottista sul Covid” a saturare l’aria.
Il conduttore, Corrado Formigli, in piena modalità show, ha permesso che la provocazione la facesse da padrona, sacrificando la possibilità di un confronto serio. Risultato: l’informazione ha preso una mazzata in pieno volto.
Che dire? Non era più questione di “due opinioni opposte”, ma di uno che parlava e gli altri che lo attaccavano a prescindere. Formigli non ha fermato la deriva, ha lasciato che la rissa – verbale, ma pur sempre rissa – dilagasse. E così LA7 ha consegnato allo spettatore un prodotto che poco aveva a che fare con il giornalismo e molto con lo spettacolo del caos.
Servilismo e guerra come business
Questo episodio non è un caso isolato, ovviamente: è il riflesso di un fenomeno più ampio. Mentre in Medio Oriente – con la crisi di Gaza in primo piano – vengono stipulati accordi di tregua fittizi, in tv l’élite politico-mediatica sembra aver ricevuto il via libera a far salire il volume del conformismo. La compagnia di giro, con gli onnipresenti Paolo Mieli, Parenzo, Molinari e la cricca del Foglio e del Riformista su tutti, continua a mostrare il volto bellicista.
Calenda non è un’eccezione: è il prototipo di una nuova generazione di predicatori del pensiero unico occidentale. Paladini autoproclamati della “ragione liberale”, ma in realtà fedeli impiegati di un sistema economico esausto, che per sopravvivere ha deciso di riciclarsi in versione bellica. Quando la finanza traballa, ecco che rispunta la retorica del nemico da abbattere — meglio se russo, asiatico o semplicemente dissidente.
Intorno a lui gravita una compagnia teatrale di editorialisti, conduttori e opinionisti pronti a scattare sull’attenti al primo segnale del quartier generale. Non rappresentano il pluralismo, ma la nostalgia per un potere che non si sente più legittimato a dialogare: preferisce comandare, dettare la linea, e insultare chi non si adegua.
La loro ricchezza, la loro visibilità, la loro influenza non sopravvivono alla pace. Hanno bisogno del conflitto come dell’ossigeno, e il talk-show è solo la vetrina addomesticata di questo eterno stato di mobilitazione. Così, la guerra non si combatte solo con i droni, ma anche con i microfoni.
La prossima volta che accendete la tv o scrollate un video “di confronto” sui social, fate un esperimento: contate quante volte qualcuno ascolta davvero. Scoprirete che il dibattito è ormai un format coreografico. C’è chi urla “Putin!” come intercalare, chi lancia accuse di complottismo come coriandoli, e chi si limita a sorridere in regia. La verità? È rimasta dietro le quinte, con il microfono spento.

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