A Gaza si continua a morire, manca tutto

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A Gaza si muore anche senza bombe: mancano cure, cibo e acqua. Ospedali distrutti, farmaci assenti, rischio carestia. Le morti indirette aumentano mentre il sostegno internazionale a Israele continua a influenzare le condizioni sul terreno.

Gaza, dove si muore anche senza bombe

A Gaza oggi non si muore solo sotto le macerie: si muore lentamente, per interruzione delle cure, per infezioni banali che altrove si curano con un antibiotico da pochi euro, per malattie croniche lasciate senza terapia. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, gran parte del sistema sanitario della Striscia è collassato o gravemente compromesso, con ospedali fuori uso, personale ridotto e carenza cronica di farmaci essenziali.

Le cifre ufficiali sulle vittime dirette sono già drammatiche, ma il punto più inquietante riguarda ciò che non entra nei conteggi immediati: le morti “indirette”. Il fenomeno è noto in ogni crisi umanitaria, ma a Gaza assume una dimensione sistemica. L’United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs segnala che l’accesso alle cure è diventato estremamente limitato, con evacuazioni mediche spesso impossibili e strutture sanitarie danneggiate o inaccessibili.

Chi soffre di ipertensione, diabete o malattie cardiovascolari — patologie ordinarie in qualsiasi società — si trova improvvisamente senza farmaci. In condizioni di malnutrizione e stress estremo, queste malattie diventano rapidamente letali. Non è un’ipotesi: è una dinamica già osservata in altri contesti di assedio prolungato.

La guerra che continua fuori dal campo di battaglia

La crisi alimentare è un altro moltiplicatore di morte. Il World Food Programme ha più volte avvertito del rischio concreto di carestia nella Striscia, con una popolazione in larga parte dipendente dagli aiuti umanitari. Quando questi flussi si interrompono o rallentano, le conseguenze non sono immediate ma inevitabili: debilitazione, infezioni, aumento della mortalità infantile.

A questo si aggiunge il problema dell’acqua. Le infrastrutture idriche sono state danneggiate e molte famiglie sono costrette a utilizzare acqua non sicura. Le malattie gastrointestinali, in un contesto di scarsa igiene e assenza di cure, diventano un ulteriore fattore di mortalità.

Anche spostarsi diventa un rischio. Non per motivi logistici, ma per paura. Il risultato è un sistema paralizzato: le persone non raggiungono gli ospedali, gli ospedali non possono curare, e il ciclo si chiude su se stesso. Il caso di chi soffre di patologie gravi — tumori, insufficienze renali, malattie rare — è ancora più emblematico. Senza accesso a terapie specifiche, la prognosi diventa una sentenza. Queste morti raramente compaiono nei titoli. Non fanno rumore ma esistono.

Responsabilità e complicità: il lato scomodo

Le responsabilità politiche sono evidenti. Diversi governi occidentali continuano a sostenere Israele sul piano diplomatico e, in alcuni casi, militare. A parte dichiarazioni di facciata, buoni propositi, attic concreti in qeusti emsi se ne sono visti con il lumicino.

Le restrizioni sui valichi imposte da Tel Aviv,  le difficoltà nell’ingresso degli aiuti, le dinamiche di sicurezza: tutto contribuisce a creare un ambiente in cui la sopravvivenza diventa precaria.

La storia insegna che le morti indirette, a lungo termine, possono superare quelle immediate. Ma arrivano dopo, quando l’attenzione è già altrove. Vengono contate in stime, in “circa”, in numeri arrotondati.

Quei numeri sono persone che non muoiono per una bomba, ma per l’assenza di tutto il resto. E se la bomba ha uan chiara provenienza, dobbiamo sapere che in quel “tutto il resto” vi sono tanti colpevoli.

 

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Sira Beker
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