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Zelensky rimuove il capo dei servizi ucraini Malyuk nel pieno della guerra. Tra scandali di corruzione, fedeltà politiche e pressioni militari russe, Kiev stringe il controllo interno mentre la diplomazia occidentale resta senza soluzioni.
Ucraina, epurazioni di guerra e fedeltà presidenziali
Nel pieno di una fase militare e politica tra le più complesse dall’inizio dell’invasione russa, Volodymyr Zelensky decide di intervenire là dove il potere è più opaco e decisivo: i servizi di sicurezza. L’uscita di scena di Vasyl Malyuk, capo dell’Sbu dal 2022 e figura centrale delle operazioni più ‘spettacolari’ contro la Russia, non è una normale rotazione di incarichi. È un atto politico, mascherato da dimissioni “volontarie”, che segnala quanto il fronte interno ucraino sia oggi attraversato da tensioni non meno rilevanti di quelle sul campo di battaglia.
Malyuk non era un funzionario qualsiasi. Era l’uomo delle incursioni audaci, dei droni arrivati in profondità nel territorio russo, degli attacchi simbolici e strategici come quelli al ponte di Crimea. Proprio per questo, la sua rimozione ha prodotto un effetto raro: il malcontento esplicito di settori delle forze armate. Ma Zelensky non ha arretrato. Il messaggio è chiaro: in tempo di guerra, l’efficienza non basta. Serve affidabilità politica.
Servizi segreti, anticorruzione e lotte di potere
La vicenda affonda le radici nello scandalo corruzione che ha travolto i vertici di Kiev negli ultimi mesi. Malyuk, secondo indiscrezioni consolidate, non sarebbe riuscito – o non avrebbe voluto – arginare un’inchiesta che ha toccato anche Andrij Yermak, potentissimo capo dell’ufficio presidenziale e vero architetto del potere zelenskiano. Un peccato capitale, in un sistema che oggi funziona per cerchi concentrici di lealtà.
La soluzione è stata chirurgica: rimozione senza rottura formale. Malyuk resta “nel sistema”, con un incarico indefinito legato a operazioni speciali asimmetriche. Una formula elegante per evitare fratture aperte e, insieme, neutralizzare un centro di potere potenzialmente autonomo. Alla guida ad interim dell’Sbu arriva Yevhen Khmara, profilo operativo, meno ingombrante, più controllabile.
Il tempismo non è casuale. Zelensky guarda già al dopo, a un futuro elettorale ancora sospeso ma inevitabile. E in quella prospettiva, la sicurezza interna conta quanto il consenso esterno. Anche perché sul terreno la situazione resta critica: l’avanzata russa nel Donetsk e nel Kharkiv continua, le infrastrutture energetiche sono colpite, l’inverno aggrava la pressione sulla popolazione civile. In questo contesto, ogni crepa interna diventa un rischio strategico.
Diplomazia in vetrina, guerra sullo sfondo
Mentre a Kiev si consumano epurazioni silenziose, la diplomazia occidentale si mette in scena. Parigi ospita l’ennesimo vertice dei cosiddetti “Volenterosi”, con Emmanuel Macron nel ruolo di regista europeo e la presenza significativa degli emissari statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner. Pranzi all’Eliseo, riunioni tecniche, formule sulle “garanzie di sicurezza”: il rituale è noto, l’esito molto meno.
Zelensky dichiara di prepararsi a due opzioni: la via diplomatica o un’ulteriore difesa attiva. Traduzione: trattare, se Mosca verrà davvero messa sotto pressione; combattere, se le promesse resteranno tali. Da Mosca, Dmitrij Medvedev risponde nel suo stile, evocando il destino di Maduro. Una provocazione che serve più al pubblico interno russo che all’analisi geopolitica, ma che segnala l’assenza di qualsiasi apertura reale.
Il nodo resta quello dei territori occupati. Congelamento del fronte, zone demilitarizzate, formule economiche speciali: ipotesi che circolano da mesi senza trovare una sintesi accettabile. L’intransigenza russa sul Donbass e l’impossibilità politica, per Kiev, di accettare una perdita territoriale rendono il compromesso lontano.
La rimozione di Malyuk appare per ciò che è: un atto di consolidamento del potere in vista di una guerra lunga. Zelensky stringe il controllo, riduce le variabili interne, sacrifica anche figure vincenti pur di evitare centri decisionali autonomi. È il prezzo della sopravvivenza politica in tempo di guerra. E non è detto che basti.

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