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I carri armati Abrams che dovevano dare la svolta sul campo, in questi anni avevano raccolto successi in scenari bellici di guerriglia, contro uomini in ciabatte e kalashnikov ma alla prima prova di conflitto ad alta intensità si sono rivelati vulnerabili e sono stati ritirati per salvare la faccia (e gli affari).
Il flop degli Abrams
Una costante della narrazione bellica da quando è deflagrato il conflitto in Ucraina è l’accendere i fari sulla presunta arma risolutiva che periodicamente viene consegnata all’esercito di Kiev.
L’abbiamo visto con i Javelin, gli Himars, poi i Patriots, i Leopard, e poi è stato il turno degli Abrams. La discussione sull’invio dei super carri armati USA ha tenuto banco sulle cronache per settimane.
I toni utilizzati per descrivere il poderoso cingolato erano quelli messianici del game changer, il punto di svolta.

Toccando vertici parossistici in alcune analisi degli esperti:

Fino alle delizie del “si dice”:

Ovviamente qualsiasi cronista con un minimo di esperienza e qualsiasi analista militare che non debba dar conto a nessuno, vi dirà che non esiste quasi mai un’arma risolutiva se non inserita in un contesto generale.
E così si arriva un anno dopo, precisamente al 26 Aprile, giorno in cui l’Associated Press titola: “L’Ucraina ha cambiato idea sull’uso dei carri armati #Abrams M1A1 forniti dagli Stati Uniti sul campo di battaglia a causa dei droni russi. I veicoli da combattimento vengono urgentemente ritirati dalla linea del fronte.”
E dunque sono stati ritirati dal fronte quello che resta dei 31 super carri armati forniti dagli Stati Uniti appena lo scorso autunno, dei quali 6 sono stati distrutti e 3 danneggiati da missili anticarro e soprattutto da droni-kamikaze russi sul fronte a ovest di Avdiivka, nel Donbass.
Gli Abrams indistruttibili si sono rivelati vulnerabili come tutti i tank impiegati in questo conflitto. L’impatto delle moderne armi anticarro (missili, droni e ’munizioni vaganti’) ha mostrato la fragilità dei mezzi terrestri di ogni tipo, inclusi i più protetti e corazzati.
Le super armi di cui si è decantata la potenza, in questi anni avevano raccolto successi contro eserciti improvvisati, in scenari bellici di guerriglia, contro uomini in ciabatte e kalashnikov ma alla prima prova di conflitto ad alta intensità, hanno mostrato un limite devastante sotto il profilo del marketing, che non è mai secondario nelle scelte politiche e militari dell’apparato industriale della Difesa americano, già in difficoltà alla distruzione dei primi esemplari di ognuno di quei 10 milioni su cingoli.
Esemplare il blocco imposto a Instagram del video diffuso dai russi dell’Abrams in fiamme per “business reputation and company image“.
Se dei carri armati come gli Abrams, dal costo esorbitante di 10 milioni di dollari l’uno, vengono distrutti da droni-kamikaze da poche migliaia di dollari, il danno anche a livello industriale rischia di essere letale.
Considerando che l’US Army ha in magazzino una riserva di 3.500 Abrams usati che nelle intenzioni di Washington devono essere venduti agli eserciti alleati, allora meglio farli sparire dal campo di battaglia ed evitare ulteriori danni.
Per la prossima super arma attendiamo il capitolo missili Atacms.

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